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Muta sul declino, pavida e priva di scenari

Un’Italia che si sta buttando via

Triplice responsabilità della classe dirigente. L’ultimo respiro della Seconda Repubblica

di Enrico Cisnetto - 07 aprile 2006

Sul Foglio di ieri è comparso il solito sondaggio pre-elettorale tra tutti i “foglianti”. Per una dimenticanza, non compare il mio nome e la relativa indicazione di voto. Ne approfitto non solo per rimediare, ma per provare a fare un ragionamento sulla condizione del Paese, contando sulla più assoluta libertà di cui godo da oltre otto anni in questo spazio (colgo l’occasione per ringraziare di cuore Giuliano Ferrara e il Foglio per i 450 articoli che ho potuto scrivere in “Tre palle, un soldo”).
L’Italia ha interrotto, con l’inizio degli anni Novanta, cioè non casualmente quando è caduta la Prima Repubblica, la lunga stagione di sviluppo economico e di crescita civile che era iniziata nel dopoguerra. Da allora – cioè da quando il processo di unificazione monetaria europea, la rivoluzione tecnologica che ha aperto l’era digitale e l’incessante processo di globalizzazione hanno cambiato la faccia del mondo senza che noi prendessimo le adeguate contromisure – siamo un paese in pieno declino che rischia una lenta quanto inesorabile decadenza e una crescente marginalizzazione. Non è questa la sede per tornare ad elencare tutti gli indicatori di tipo strutturale – economici ma non solo, penso per esempio quelli relativi alla giustizia – che portano a questa realistica conclusione (pessimismo e ottimismo sono stati d’animo). Con la quale si può essere o meno d’accordo, ma è certo che se lo si è la bocciatura dell’esperienza e dei protagonisti della Seconda Repubblica non può che risultare drastica e totale. Ora, è vero che la democrazia dell’alternanza induce a scegliere il “meno peggio”, ma qui c’è un’intera classe dirigente che porta una triplice imperdonabile responsabilità: non solo di non aver saputo fronteggiare il declino, non solo di non aver avuto il coraggio di dire la verità al Paese, ma anche e soprattutto di non aver neppure capito che razza di castrazione si stia infergendo al nostro futuro. Vi assicuro, non sono animato da alcuna pulsione disfattista, né tantomeno qualunquista. Vorrei tanto sbagliarmi, vorrei che la mia concezione lamalfiana (nel senso di Ugo, è bene specificarlo) del Paese e del suo sistema politico come luogo per l’esercizio della suprema responsabilità, quella dell’interesse generale, trovi almeno in parte una corrispondenza nella realtà. Purtroppo, però, prevale l’idea che questo Paese – che da Ugo La Malfa ho imparato ad amare – si stia “buttando via”. Né, d’altra parte, lo spettacolo indecente di questa campagna elettorale – fatta di risse, volgarità, reciproche delegittimazioni, programmi generici e promesse irrealizzabili, con due leader, gli stessi di dieci anni fa, che hanno già fallito alla prova dei fatti – induce a trovare conforto nella fase politica che si aprirà dopo il 9 aprile. La mia idea è che entrambe le coalizioni hanno la possibilità di vincere, ma che nessuna delle due avrà la capacità di governare (compreso fare l’opposizione in modo serio e costruttivo). Si tratta di un problema di classe dirigente, certo, ma anche di sistema politico. Il nostro è un falso bipolarismo, in cui vince chi promette di più e aggrega una quantità maggiore di forze, salvo poi non essere in grado di soddisfare le aspettative suscitate e ritrovarsi ricattato dalle minoranze più estreme. Anzi, la mia previsione è che la Seconda Repubblica stia per esalare i suoi ultimi respiri: chi perderà non reggerà l’urto della sconfitta e si dividerà; chi vincerà non ce la farà a governare, non fosse altro per la gravità crescente dei problemi da affrontare, e finirà per rompere la propria maggioranza. Non facciamo gli ipocriti: tutti, nei palazzi romani, scommettono su questo esito. L’unica variabile è il tempo. Dipenderà dallo scarto elettorale, o meglio dalla forbice che ci sarà al Senato, visto che il premio di maggioranza (incredibile che questa schifezza di nuova legge elettorale la si chiama proporzionale) assicura alla Camera un vantaggio di seggi non larghissimo ma sufficiente. Voglio dire che tanto più saremo vicini al “pareggio” e tanto prima il sistema collasserà. Lo so che si tratta di una prospettiva cupa, ma l’ingovernabilità è comunque certa, perchè è sciocco sperare che per magia si trasformi un sistema che non funziona da tredici anni. Invece, se vogliamo una nuova stagione politica che combatta il declino, bisogna scomporre e ricomporre partiti e coalizioni, e occorre riscrivere le regole comuni attraverso un’Assemblea Costituente.
Detto questo, cosa voto? Astensione consapevole.

Pubblicato su Il Foglio del 7 aprile 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario