ultimora
Public Policy

Memoria, Thyssen e Morichini

Un insulto alla memoria

Facciamola finita con le commedie ignobili

di Davide Giacalone - 10 maggio 2011

Non è stata una buona idea, quella di utilizzare la facciata del tribunale di Milano per esporre tre gigantografie. Più che un omaggio, un insulto alla memoria. L’Italia rimbambita dal berlusconismo, che brama d’abbatterlo con ogni mezzo e non s’accorge d’esserne un sottoprodotto, può darsi si senta furba nell’additare quelle immagini. Farebbe meglio, invece, a prestare orecchio agli applausi che la Confindustria ha riservato all’amministratore della Thyssen, o a fare attenzione alle cose che dice Vincenzo Morichini, finito sui giornali quale ipotetico collettore di tangenti destinate a Massimo D’Alema.

Quegli striscioni dovrebbero essere la risposta a chi dimentica, a chi chiede che le Brigate Rosse escano dalle procure, a chi descrive certi magistrati come un cancro. Strumento illegittimo e obiettivo mancato. Giorgio Ambrosoli non era un magistrato, ma un avvocato, non fu difeso da nessuno, era considerato un uomo di destra, negli anni e nell’Italia sbagliati, ha ricevuto una medaglia al merito venti anni dopo, ai suoi funerali erano presenti solo gli uomini della Banca d’Italia e fu un’amministrazione di centro destra (sindaco Gabriele Albertini) a dedicargli una piazza.

La fila di quelli che dovrebbero vergognarsi, davanti a quella foto, è troppo lunga per essere significativa. Emilio Alessandrini, come anche Giuorgio Galli, fu freddato da quelli di Prima Linea, terroristi comunisti. Indagò anche sul Banco Ambrosiano, di cui era socio e vice-presidente (di Roberto Calvi) Carlo De Benedetti, non Marcello Dell’Utri. Indagò sui legami fra servizi segreti e terrorismo di sinistra. Morì solo, come un cane.

Le loro foto mi danno un senso di vertigine, come quelle di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, quasi sempre brandite da chi fu loro avversario, da chi li sconfisse e isolò. In quanto a memoria: Prima Linea e Brigate Rosse non furono la stessa cosa, e quel demente che ha fatto stampare il manifesto si ricordi che l’affermarsi delle toghe rosse coincide esattamente con la lotta al terrorismo.

Tutto questo non c’entra un fico secco con quel che discutiamo. Se qualcuno ha argomenti per contestare la nostra analisi sulla malagiustizia si faccia avanti, ma se mi mette sul muso la foto di un morto vuol dire che annaspa nel vuoto. Piuttosto, credete che gli industriali italiani si sentano solidali con chi manda a morire gli operai? Il fatto è che, come segnalammo solitari, la sentenza sulla Thyssen è stata accolta da un coro di forsennati festeggiamenti, il cui sapore era forcaiolo e anti-industriale. Se quei dirigenti sono colpevoli, se a loro si può ascrivere un omicidio, allora è bene che vadano in galera.

Ma questo, oggi, nessuno è autorizzato a dirlo, perché essi sono degli innocenti. La sentenza di primo grado, che accoglie un ardito nesso di causa-effetto, non cambia tale condizione, sicché chi si chiede con quale faccia Confindustria abbia invitato un condannato a parlare è a dir poco ignorante. Com’è ignorante chi parlò di “precedente”, come a dire che, da lì in poi, le sentenze sarebbero state tutte dello stesso tipo, fregandosene dell’appello e della cassazione.

Gli industriali, però, farebbero bene a non limitarsi alla solidarietà (non necessariamente ben riposta) con il collega, ma a spendersi per una riforma vera della giustizia. Non basta lamentarsi, si deve agire, sostenendo chi si batte su quel fronte. Invece niente, perché, come dimostrano le reazioni alla sentenza Thyssen, si vuole manifestare disagio, ma poi si pretende d’essere super partes. Secondo il latinorum dell’impotenza.

E quando Morichini dice che, perquisendo casa sua, cercavano solo documenti relativi a Italianieuropei, la fondazione di D’Alema, segnala la convinzione che si tratta di un’inchiesta a fini politici. I vertici del Pd, e lo stesso D’Alema, allora, non possono dire che hanno fiducia nella magistratura, perché sono parole false. E’ quello che disse Bettino Craxi, quando se la prese con il “mariuolo”. S’è visto com’è finita. Suggerisco (non richiesto) a Morichini di non giurare sui figli: non è bello e fa tanto Berlusconi. Così come lo invito a non difendersi dicendo che alla provincia di Roma governano i veltroniani, quindi lui, dalemiano, non poteva farci affari, perché questa somiglia a una confessione e a un’accusa verso il “capo”.

E quando dice che Poste e Finmeccanica davano più soldi degli altri, alla Fondazione, invitiamo a riflettere sul significato di quelle parole: sono le imprese partecipate o possedute dallo Stato che finanziano maggiormente la politica. Ora come allora, ma allora la magistratura salvò solo alcuni. Non siete curiosi di sapere come e perché?

Allora, signori ipocriti e falsificatori della memoria, facciamola finita con questa commedia ignobile: nessuno vuol chiudere i tribunali e non c’è una corporazione togata il cui lavoro merita d’essere difeso, la nostra giustizia fa schifo e si deve porre rimedio, anche cancellando la politicizzazione di non pochi procuratori.

Questo pensa la gente ragionevole, di ogni colore. Preferite tifare per le condanne di Berlusconi? Accomodatevi, sciocchi: ogni volta che esce dalle aule di giustizia prende qualche punto in più nei sondaggi. Per merito vostro.

www.davidegiacalone.it

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario