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C’è tutta l’estate per pensarci

Un incrocio pericoloso

Pensiamo a un sistema elettorale di stampo europeo

di Enrico Cisnetto - 04 luglio 2011

E se ora si decidesse, concordemente, di andare alle elezioni anticipate a marzo-aprile del prossimo anno, magari usando il tempo che resta di questa legislatura per varare una legge elettorale di stampo europeo? A ben pensarci la struttura della manovra approvata dal governo dopo molti mal di pancia, sembra fatta apposta per spingere l’intero sistema politico in questa direzione. Non solo, anche l’elezione per acclamazione di Angelino Alfano a segretario politico del Pdl – a proposito, che errore continuare con i plebisciti e la mancanza di confronto dialettico – consolida il premier e lo dovrebbe rendere più incline al voto anticipato; così come, a sinistra, il parziale rafforzamento di Bersani e il neo-pragmatismo di Di Pietro dovrebbero indurre ad accorciare i tempi elettorali, prima che Vendola e i movimentismi finiscano per avere il sopravvento.

E poi, se permettete, ne ha drammaticamente bisogno il Paese – se per questo, le elezioni avrebbero dovuto già esserci state o sarebbe meglio che ci fossero in autunno – che deve recuperare la fiducia perduta, ed è impossibile che ciò accada se non si volta la pagina maledettamente buia che stiamo vivendo. Ma partiamo dalla manovra. L’Italia necessita di interventi pari a 47 miliardi di euro entro il 2014 – salvo brutte sorprese derivanti dall’eventuale incremento degli oneri sul debito, sia per aumenti del tasso d’interesse Ue sia per un allargamento dello spread (160 milioni in più ogni punto base) – per poter raggiungere il pareggio di bilancio, obiettivo impostoci dall’Unione Europea.

Calcolatrice alla mano, sarebbero stati necessari interventi per circa 12 miliardi all’anno. Invece, la soluzione scelta dalla maggioranza – che porrà per l’ennesima volta la fiducia sul decreto – è una partenza soft, che in sostanza non va ad alterare l’attuale status quo. Per il 2011 le cifre messe in campo dal governo sono assai modeste: 1,8 miliardi, ovvero il 4% circa dell’intero ammontare. Per il 2012 la musica cambia poco, con 5,5 miliardi messi in preventivo. Il restante 85%, 40 miliardi, sarà spalmato sul biennio 2013-2014. Ora, è vero che le correzioni minime previste per quest’anno e il prossimo sono sufficienti a rispettare la tabella di marcia verso l’azzeramento del deficit concordata con Bruxelles – perché Tremonti, per fortuna, ha già fatto un’ampia manovra nei primi tre anni della legislatura – ma è altrettanto vero che, avendo il fucile dei mercati finanziari puntato addosso, anticipare una parte più consistente degli interventi ci avrebbe consentito di metterci maggiormente al riparo.

Come dimostra il giudizio secco – “restano sostanziali rischi per il piano di riduzione del debito principalmente a causa della debole crescita” – espresso ieri a caldo dall’agenzia di rating Standard & Poor’s.

D’altra parte, Tremonti sapeva perfettamente che non si poteva andare oltre, perché sarebbe saltato o lui o il governo (o forse entrambi), e saggiamente ha fatto in modo che la responsabilità politica di una manovra tutta congiunturale fosse ben chiaramente di Berlusconi. Adesso, però, chiunque abbia l’ambizione di occupare la stanza presidenziale di palazzo Chigi e quella che fu di Quintino Sella al Tesoro nella prossima legislatura, sa che se le elezioni si tenessero a tempo debito, si troverebbe obbligato nel primo biennio ad una manovra di 40 miliardi, più i correttivi che si rendessero necessari per gli eventuali scostamenti ulteriori dovuti sia alla crescita del pil inferiore alle attese (sarà già così quest’anno, se come stima Confindustria l’incremento di ricchezza starà sotto l’1%) sia alla dinamica dei tassi.

Senza contare che è molto probabile che in quel momento l’Europa ci chiederà di cominciare a buttare giù anche il debito secondo quello schema – un ventesimo all’anno di ciò che eccede il 60% di debito-pil, cioè circa una cinquantina di miliardi – imposto dalla Germania e già approvato con il rinnovo del patto di stabilità Ue. E’ evidente, dunque, che guadagnare un anno e riparametrare la manovra da 45 miliardi (e più) su tre anni anziché due sarebbe interesse di tutti.

Ma la manovra è già stata pensata con le elezioni anticipate in testa? Almeno un indizio, e pure pesante, c’è: se fosse stato davvero convinto di concludere a tempo debito la legislatura, il governo avrebbe quantomeno ribaltato il rapporto tra il 2011 e il 2012 o addirittura avrebbe sommato le due cifre e fatto subito una manovra da 7,3 miliardi, in ossequio alla logica, tanto populistica quanto stringente, che induce a risparmiare le cosiddette “lacrime e sangue” nell’anno che precede le elezioni in modo da non inimicarsi gli elettori.

Se le amministrative sono state un campanello di allarme, cui ha fatto seguito il risultato dei referendum, oggi dare spazio a una manovra impopolare avrebbe ridotto al lumicino le speranze del centro-destra di poter ottenere un’affermazione alle prossime politiche. Così, il fatto che il 2011 vedrà una manovrina da solo 1,8 miliardi offre un’indicazione precisa sulla “data di scadenza” di questo esecutivo: salvo imprevisti, primavera 2012.

Il tema, semmai, è con quale legge elettorale si andrebbe alle urne e quali scenari politici sono immaginabili di qui ad allora. Fermo restando la ricandidatura di Berlusconi – inutile farsi illusioni, sua sponte non lascerà mai, sono ridicole le ipotesi che si fanno circa una sua disponibilità a trattare una sorta di “resa con contropartita” – la Lega riguadagnerebbe la propria autonomia o appoggerebbe di nuovo il Cavaliere? E Tremonti che farebbe, fermo in attesa degli eventi o disposto a giocarsi la partita provando a rimescolare le carte delle alleanze? Sarebbe pensabile un asse tra il ministro dell’Economia, il Terzo Polo e Montezemolo che negozi con il Pd (e Di Pietro new style) in cambio della definizione di un confine a sinistra che isoli gli antagonisti? E in questo quadro Bersani sarebbe capace di fare in politica quello che la Camusso ha avuto il benemerito coraggio di fare nel sindacato? Con tutta evidenza molto, se non tutto, dipende dalla legge elettorale.

Ora, da un lato l’anticipo del voto potrebbe aiutare lo status quo: si vota con il porcellum e poi la riapertura dei giochi si tenta dopo, specie se il risultato dovesse assegnare una camera al centro-destra e una al centro-sinistra. Ma dall’altro, proprio l’incertezza del dopo potrebbe indurre tutti, Berlusconi in primis, a valutare un sistema di computo dei voti che non consenta a chi vince di fare tutti gli altri prigionieri. E questo non potrebbe che essere un proporzionale con sbarramento, di tipo tedesco. C’è tutta l’estate per pensarci.

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