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L’oro sfonda la soglia del 730 dollari l’oncia

Un’impennata in controtendenza

Materie prime pressate dal deprezzamento del dollaro e dalla diffusione degli hedge funds

di Enrico Cisnetto - 15 maggio 2006

Da bene rifugio per mettersi al riparo dalle crisi a simbolo dell’espansione del mercato globale. Dopo dieci settimane di rialzi consecutivi, l’oro ha sfondato la soglia dei 730 dollari l’oncia, un livello mai più raggiunto da oltre 25 anni. L’andatura prosegue verso il record assoluto di 850 dollari, risalente al gennaio del 1980, quando lo choc petrolifero innescato dalla rivoluzione in Iran spinse l’inflazione americana oltre il 12%, e molte previsioni indicano entro fine anno il superamento della fatidica quota mille. A spingere le quotazioni delle materie prime difficilmente reperibili (tra cui rame, zinco, argento e platino), è il deprezzamento del dollaro, in aggiunta alle tensioni geopolitiche e alle prospettive di un surriscaldamento dell’inflazione sull’onda dei rincari del petrolio. Pensate, in Inghilterra una monetina da due penny ne vale oggi tre perché di rame.
Ma la vera novità è un’altra: l’attuale corsa all’oro non avviene in un periodo di depressione economica o di crisi finanziaria, come sempre nel passato. Anzi, il pil mondiale è cresciuto e crescerà del 5% annuo, i paesi emergenti hanno uno sviluppo straordinario, le Borse hanno recuperato lo sboom del dopo new economy. Dunque, cosa spinge all’insù il prezzo delle materie prime, e dell’oro in particolare? Anzitutto il rapporto domanda-offerta: a fronte di una produzione mondiale piuttosto stabile, dovuta al mancato aumento del numero di miniere in attività, è fortemente aumentata la domanda industriale di metalli preziosi per produzioni specializzate, come ad esempio la composizione di leghe leggere. Poi, il “boom aureo” è strettamente legato al diffusione esponenziale degli hedge funds. Gli operatori che gestiscono questi fondi speculativi – che da soli generano almeno la metà dei volumi di scambio sui mercati finanziari (tra i mille e i 1.500 miliardi di dollari l’anno) – sfruttano l’estrema volatilità (e quindi le maggiori opportunità di guadagno) dei metalli preziosi, favorita dallo scarto crescente tra domanda e offerta.
Il terzo acceleratore dei prezzi, poi, è il forte incremento dei consumi finali. La nuova ricchezza diffusa di paesi popolosi quali Cina, India e Brasile – circa 200 milioni di abbienti su due miliardi e mezzo di persone, e il moltiplicarsi degli appartenenti alla classe medio-borghese – spinge all’acquisto di tonnellate d’argento, oro e platino sotto forma di gioielli, considerati più di ogni altra cosa status symbol della nuova condizione sociale. Infine, la quarta ragione è legata a questioni strategico-monetarie. Di fronte al prolungato deprezzamento del biglietto verde Usa, i paesi emergenti che dispongono di un portafoglio di riserve interne molto sbilanciato sul dollaro, stanno comprando oro. A cominciare dalla Cina, che intende quadruplicare le attuali 600 tonnellate.
Ma quanto potrà durare la nuova corsa all’oro? Considerato che negli ultimi cinque anni i volumi gestiti dall’indice dei fondi dedicati alle materie prime si sono moltiplicati per sedici volte – dai 5 miliardi di dollari del 2000 agli attuali 80-90 miliardi – se ne deduce che, probabilmente, l’oro luccicherà fino a quando il costo del denaro rimarrà abbordabile, e di conseguenza le scommesse finanziarie poco care. Per ora, quindi, meglio lasciare i lingotti in cassaforte. O addirittura metterceli.

Pubblicato sul Messaggero del 14 maggio 2006

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