ultimora
Public Policy

Chiudere velocemente l’attuale stagione politica

Un grande “progetto Italia”

Intervento di Enrico Cisnetto agli Stati generali del Centro

di Enrico Cisnetto* - 12 settembre 2009

Grazie, cari amici, dell’invito e dello spazio d’intervento che mi concedete nella mia veste di presidente di Società Aperta, un movimento d’opinione piccolo ma qualificato e tenace che da anni, da molti anni, denuncia il declino economico, sociale, civile e morale dell’Italia e indica nel sistema politico che non funziona – quel bipolarismo becero e basato su false leadership che ha caratterizzato l’intero arco della Seconda Repubblica – la causa e insieme la conseguenza di questo inesorabile, drammatico, decadimento del Paese.

Noi di Società Aperta siamo stati quelli che per primi hanno avuto il coraggio di usare la parola declino, noi quelli che abbiamo denunciato il carattere oligarchico e populistico del sistema politico, noi quelli che hanno detto no a parole d’ordine che sembravano mantra, dal bipolarismo al federalismo, noi quelli che hanno indicato nella deriva leaderistica e personalistica il pericolo di un regime, noi quelli che hanno suggerito la via tedesca – sul piano della legge elettorale, sul piano del modello istituzionale, sul terreno della sperimentazione di una forma di “grande coalizione” – noi quelli che hanno lanciato l’idea di nuova Assemblea Costituente come strumento per traghettare in modo virtuoso la Repubblica verso la sua Terza fase storica.

Tutto questo non per marcare una primazia, ma per dirvi che su questo fronte “terzo” – una trincea scomoda, difficile, talvolta persino pericolosa – ci sono forze che vi sono attestate da molto tempo e che vi vogliono testimoniare l’apprezzamento per avervi approdato anche voi, ma testimoniare anche quanto sia necessario essere ben attrezzati per saperci resistere.

Ma questa premessa è anche per dirvi che oggi non servono più analisi. La diagnosi è già certificata: che il Paese sia depresso, imbarbarito, avvitato su stesso, lo diciamo da troppo tempo e ogni giorno, purtroppo, ne abbiamo una qualche ulteriore testimonianza. No, quello che serve è un piano, un progetto per uscire da questa situazione così difficile. Ed è di questo che vorrei parlarvi oggi.

Come ho scritto su Liberal di stamattina, questi “stati generali” dell’Udc coincidono con una fase tra le più brutte e pericolose della vita pubblica nazionale, che ricorda il 1992-1994. Anche l’epilogo sarà lo stesso: l’implosione della Repubblica. Rispetto ad allora, però, noi dobbiamo e possiamo evitare che la caduta sia traumatica e che il nuovo sia peggiore del vecchio.

Sono dell’idea che i tempi dello show down siano brevi. Da un lato perché quando gli italiani, che finora hanno “temuto” ma non ancora del tutto “sentito” la recessione, si accorgeranno di quanto non sia stata governata la crisi, di quanto sia grave non averla colta come grande occasione per fare le riforme strutturali, allora se la prenderanno con chi “comanda”. Dall’altro lato, perché esploderanno, ancor più di quanto siano già esplose, le contraddizioni interne alla maggioranza. E avrà voglia il Cavaliere di raccontare che la colpa è del cattivo di turno: l’ha già fatto con Casini, ora ci riprova con Fini. Ma si ritroverà a chiedere il consenso solo per sé, e scoprirà che lo avrà regalato soprattutto alla Lega.

D’altra parte, fate questa riflessione: se quando c’era il declino, inesorabile ma lento e poco visibile, i governi (tanto il centro-sinistra quanto il centro-destra) sono riusciti a “tirare a campare”, ora che la recessione ha impresso alla nostra crisi strutturale una velocità molto più elevata e rende percepibile ciò che fino a ieri veniva negato, come si può pensare che la conseguenza sia ancora una volta semplicemente il “galleggiamento”?

Credo, dunque, che la crisi politica esploderà, che sarà di sistema, e che verranno di colpo al pettine tutti i nodi irrisolti del “declino italiano”, che possono essere riassunti in quella che è giusto chiamare la “questione democratica”, di cui le forzature costituzionali – quelle già perpetuate e quelle che si profilano – il leaderismo senza partiti e il giustizialismo, sono gli aspetti più gravi di un sistema-paese che è ormai scivolato in quella che non esito a definire la “deriva putiniana”, cioè una democrazia che conserva i suoi tratti formali ma perde quelli sostanziali.

Non si tratta, si badi bene, del “regime berlusconiano” di cui la sinistra straparla da anni, regalando al Cavaliere un lucroso ruolo di vittima. No, si tratta di una malattia grave e progressiva della democrazia, che investe l’intera classe dirigente e la mentalità collettiva del Paese, i cui sintomi più evidenti sono il superamento di fatto dei dettami costituzionali e la creazione di una sorta di “decisionismo senza decisioni”, tutto di natura mediatica.

Ma se è vero che tutte queste contraddizioni sono destinate ad esplodere, senza una risposta adeguata e preparata per tempo, l’orologio della politica tornerà al 1993, prima della “discesa in campo” di Berlusconi, riaprendo una voragine di rappresentanza che rischia di premiare le forze più populiste. la Lega e l’Italia dei Valori dell’ineffabile Di Pietro.

Dunque, a mio avviso, in una situazione pericolosa e complessa come questa, un soggetto politico come l’Udc – che per amore o per forza si è chiamato fuori dai due schieramenti del falso bipolarismo italico, luogo terzo in cui vi consiglio vivamente di restare – non può non porsi due ordini di obiettivi: 1. fare in modo che la chiusura di questa stagione politica sia più veloce e meno dolorosa possibile; 2. fare in modo che l’apertura della nuova fase politica sia virtuosa (tanto per caprici, non come quella che segnò il passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica).

Per far questo occorrono tre scelte molto nette. Primo: incalzare il premier e il Governo con iniziative politiche forti e serrate, capaci di dare coraggio e di unire le forze – a cominciare da quelle che sono dentro il Pdl – che guardano con preoccupazione all’involversi della situazione. Non basta più agire di rimessa, giudicare l’azione dell’esecutivo, con il buonsenso fin qui dimostrato dall’Udc. Anche per sopperire al vuoto di proposta della sinistra, occorre agire in prima battuta offrendo al Paese un grande progetto di rinascita e sviluppo, un grande “piano per l’Italia”, che si traduca anche nella creazione di una sorta di governo-ombra (tanto quello del Pd è morto e sepolto), con caratteristiche non tanto e non solo oppositive bensì propositive. Pensate, per esempio, a quale effetto politico si avrebbe se l’Udc riprendesse e rilanciasse – magari con una grande raccolta di firme per una legge d’iniziativa popolare – la proposta di Società Aperta della convocazione di un’Assemblea Costituente. Proposta che ieri anche il presidente di Confagricoltura Vecchioni ha qui caldeggiato. Tanto più se accompagnato, questo progetto, da una proposta dettagliata di come semplificare i troppi livelli istituzionali in cui è articolato lo Stato, cominciando così una grande battaglia politica antagonistica della Lega di opposizione al federalismo.

Seconda scelta: dialogare in maniera più aperta con tutti quegli interlocutori che oggi pongono il “problema Berlusconi” nella maniera più corretta e utile, cioè quella non della sua demonizzazione o delegittimazione, ma della sua fragilità politica. E in questo senso per l’Udc l’interlocutore numero uno non può che essere Gianfranco Fini. Occorre dargli atto che è stato coraggioso sia nell’interpretare come doveva (e come aveva già fatto Casini) il suo ruolo di presidente della Camera, sia nel porre il problema della “monocrazia berlusconiana” dentro il Pdl, sia infine nel contrastare la “trazione leghista” del Governo.

Il fatto che il presidente della Camera, oggi, sia atteso qui, come pure Francesco Rutelli, risponde in pieno a questa aspettativa, e non rimane che auspicare che l’incontro non rimanga cosa isolata.

La terza e ultima scelta, infine, riguarda il partito: per svolgere oggi il ruolo di acceleratore del processo di superamento della Seconda Repubblica e domani di aggregatore di forze che siano protagoniste di un avvio virtuoso della Terza Repubblica, non basta auspicare l’allargamento dell’attuale Udc.

Occorre puntare senza indugio alla creazione di un nuovo soggetto politico, capace di aggregare prima di tutto chi ha saputo mantenere una posizione terza rispetto ai due poli del fallimentare bipolarismo all’italiana, e poi più in generale tutti coloro che si sentono impegnati nella “rifondazione” della politica italiana.

Ma, sarò brutale, in una fase come questa non ci si può permettere di esibire surrogati poco pieni di contenuti e troppo pieni di quei difetti tipici dei partiti non partiti del bipolarismo italico (cesarismo, personalizzazione della politica, mancanza di regole democratiche, debolezza della classe dirigente). Non basta dar vita ad un nuovo partito, bisogna che sia anche e soprattutto un “partito nuovo”.

E qui viene la proposta: fate, facciamo, un “partito holding”. L’idea è semplice: creare una nuova formazione in cui tutte le forze esistenti – partiti, associazioni, fondazioni, movimenti – interessate a quello che Casini ha chiamato il “partito della Nazione”, possano federarsi senza per questo perdere la loro identità e rinunciare alla loro autonomia. Questo consentirebbe a laici e cattolici, e alle loro diverse anime, di incontrarsi intorno ad un progetto rifondativo del Paese, della sua democrazia, delle sue regole basilari, ma nello stesso di mantenere intatta la loro capacità di iniziativa e battaglia politica sui temi più propri alle rispettive radici politico-culturali. Per capirci, sulle tematiche etiche, che io ritengo debbano essere di prerogativa del Parlamento e non far parte di un programma di governo, liberi tutti, Mentre sul programma di governo – un grande “progetto Italia” che guardi all’esperienza storica dell’asse De Gasperi-La Malfa – piena convergenza e assoluta lealtà.

Al primo lavoro ci penseranno i soggetti esistenti (o quelli che vorranno costituirsi intorno a delle specificità), al secondo dovrà badare il partito holding, che poi sarà quello che dovrà presentarsi alle elezioni e riscuotere il consenso di quei tanti che saranno politicamente orfani.

E a chi obbietta che le questioni etiche sono fondamentali, rispondo che per chiudere la fallimentare esperienza della Seconda Repubblica e aprire con qualche possibilità di successo la Terza, laici e cattolici devono stare insieme. Una volta il proporzionale puro consentiva a ciascuna di farsi il proprio partito e poi di allearsi. Oggi le esigenze di semplificazione – corrette se risultanti dall’uso di una sana soglia di sbarramento – costringono a stare tutti in un medesimo partito. Guai, dunque, a pensare che allargare l’Udc significhi intercettare solo altri cattolici. Guai se pensaste che si possa o addirittura si debba fare a meno dei laici. Che, vi ricordo non hanno più alcuna casa politica in cui ritrovarsi (per colpa loro, sia chiaro). Bisogna evitare che il nuovo partito sia, nei fatti, solo cattolico, anche se non fosse confessionale ma fosse quello laicamente degasperiano: un conto è guadagnarsi il rispetto dei laici, altro è convivere nello stesso partito.

Per questo, ad essere franco, non basta essere passati dalla “vecchia” Unione democratico-cristiana alla “nuova” Unione di Centro. E non solo perché sempre di Udc si tratta. C’è bisogno di molto di più.

Ma siccome non è pensabile né che l’attuale Udc si sciolga a favore di qualcosa d’altro, né che essa possa lanciare una “opa” su altre forze, e non è neppure pensabile che ci siano il tempo e le condizioni per una “grande fusione” di forze diverse, ecco allora l’idea del “partito holding”.

Con quale azionisti? L’Udc, ovviamente, e le diverse realtà del cattolicesimo liberale. E poi i socialisti, i repubblicani e i liberali di tutte le diaspore. Forze laiche e cattoliche che sono tanto nel Pdl quanto nel Pd, ma anche che non sono da nessuna parte e attendono solo una nuova casa dove essere accolte. Senza contare quelle realtà della società civile, a cominciare da Società Aperta, che in questi anni hanno tenuto accesa la fiammella della speranza che non tutto il Paese si omologasse all’italico bipolarismo straccione.

Lo so, si tratta di un progetto difficile, complicato, fuori dagli schemi. Ma non ha alternative. Senza di esso si allungheranno i tempi di agonia della Seconda Repubblica. L’Italia non se lo può permettere. E i nostri padri, da Alcide De Gasperi a Ugo La Malfa, non ce lo perdonerebbero. Grazie

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario