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L'editoriale di Società Aperta

Un governo che non può solo tirare a campare

Intese lunghe oltre che larghe? Meglio, ma ad un patto: che servano a fare le grandi riforme

di Enrico Cisnetto - 08 giugno 2013

Dalle “larghe” alle “lunghe” intese? Magari. L’orizzonte brevissimo (elezioni a ottobre), breve (elezioni in primavera in coincidenza con le europee) o anche medio (18 mesi) di questa “strana” maggioranza non può che far male al governo. Che come tutti gli esecutivi con qualche ambizione ha bisogno di tempo, ma soprattutto necessita che la sua serenità non venga compromessa da paletti piantati preventivamente. Se a questo si aggiunge la condizione eccezionale gravità della crisi che stiamo vivendo – quella economica, quella istituzionale e persino quella democratica – se ne deduce facilmente che più Letta e i ministri si convincono che devono e possono assumere la legislatura come orizzonte temporale, più questa convinzione si trasmetterà ai partiti, inducendoli a non far prevalere gli interessi di bottega (il Pdl i problemi giudiziari di Berlusconi, il Pd lo scontro interno per la leadership), e più il governo potrà durare.

Attenzione, però: durare è una precondizione per ben governare, non un obiettivo in sé. Sopravvivere e non decidere, anzi la non decisione come strumento di allungamento della vita, non solo non è cosa buona per il Paese, ma neppure consigliabile sotto il profilo egoistico, perché gli italiani sono ormai iper diffidenti e non perdonerebbero chi giocasse al “tirarla in lungo”. All’inizio il governo ha mostrato più attenzione per le emergenze che per le strategie di grande respiro, e questo ha fatto maturare in molti la convinzione che la gittata fosse assai corta. Della serie: fatta la nuova legge elettorale, si va a votare. Poi è scattato qualcosa. Saranno state le pressioni (benemerite) di Napolitano, sarà il maturare (finalmente) della consapevolezza che non si può scegliere un sistema di voto senza aver deciso la forma di governo che si vuole, ma la dichiarazione di Letta sul fatto che il suo non è un esecutivo “a termine” segna un cambio di marcia. Che ora, però, si deve tradurre in un salto di qualità nella dimensione delle scelte che il governo intende fare.

La “bicamerale” per le riforme istituzionali – meno della Convenzione di cui si era parlato, e abissalmente meno di un’Assemblea Costituente – conferma il desiderio di cambiare i vecchi e obsoleti assetti, ma sconta l’uso dello strumento meno idoneo e forte. La Costituzione vigente è in stato comatoso, ferita da mille modifiche unilaterali e scoordinate proprio mentre il “dibattito” promuoveva il “giù le mani dalla Carta”, stile Rodotà-Zagrebelsky. Il quadro istituzionale centrale è obsoleto, preda di una burocrazia leguleia che antepone la forma alla sostanza, mentre quello del decentramento è pletorico e inefficiente. In queste condizioni, pur partendo dal fatto che oggi Pd e Pdl sono assieme al governo, è difficile credere che la bicamerale riesca laddove tutte le commissioni di questo tipo sono puntualmente fallite, a partire dalla Bozzi del 1983. Tuttavia, speriamo di sbagliare e di essere sconfessati. Anzi, attendiamo fiduciosi. E lo facciamo con assoluta serenità, anche se tra i tanti saggi-consulenti prescelti nessuno è stato pescato nel ricco serbatoio di Società Aperta, nonostante che fossimo stati noi per primi a parlare di una palingenesi (ri)costituente da farsi tornando a convocare, quasi settant’anni dopo, la più alta Assemblea che la Repubblica abbia a disposizione.

Ma la partita il governo se la gioca molto di più sul terreno dell’economia: saprà bloccare il trend recessivo che dura dal 2008 e imprimere una svolta? Finora, tra Imu e rifinanziamento della cassa integrazione, si è badato a vere e presunte emergenzine e si è continuato a parlare genericamente di “crescita”. Neppure si è evocata la necessità di una cura choc, nonostante sia indispensabile. Fino a quando non si passerà su questo binario, invocare le “intese lunghe” non servirà a nulla.

La verità è che bisogna avere in testa un disegno coerente che colleghi l’efficienza istituzionale con i cambiamenti radicali che l’economia in disarmo richiede, passando per una politica europea credibile – cioè né appiattita su chi comanda né inutilmente ostile – se si vuole ottenere risultati duraturi e che i cittadini possono apprezzare. Obama è incappato in mille problemi, ma l’economia Usa è tornata a tirare, la disoccupazione scende vistosamente e tanto basta perché gli americani ne siano soddisfatti. O le intese “larghe e lunghe” si nutrono di risultati come quelli conseguiti da Obama, oppure inevitabilmente si riveleranno “strette e corte”. O, peggio, inutilmente “larghe e lunghe”.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario