ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Un fallimento del Parlamento europeo

Italiani alle urne per i valori europei

Un fallimento del Parlamento europeo

Sarà eletta una rappresentanza che non parla la lingua del federalismo europeo

di Davide Giacalone - 05 giugno 2009

Gli europei si recano alle urne. Un grande ventre democratico, un possente travaglio elettorale, partorirà il solito mostriciattolo inutile: il Parlamento Europeo. Ohibò, che ho detto? Pensate a quanti presunti pensanti s’indigneranno. Spiacente, sono cresciuto a pane ed europeismo, e proprio perché conservo una certa idea di cosa l’Europa dovrebbe essere, osservo e descrivo l’imponenza burocratica e l’illusorietà democratica di quella che adesso si rivota.

Fate due conti: gli europei eleggeranno 736 parlamentari, noi italiani ne manderemo 72. Ci sono candidati di tutti i colori ed ovunque si registrano presenze avvenenti o singolari. Manca una sola categoria di persone: gli statisti. Che già non abbondano, ma è significativo che i leader politici, quelli veri, non si candidano o lo fanno solo per attirare voti, sapendo bene che non metteranno piede in quel Parlamento. Le delegazioni, quindi, senza gran distinzione di schieramento e nazionalità, saranno composte da signori bigi, di cui sentiremo riparlare fra quattro anni, quando saranno pubblicate le statistiche sulle assenze.

Intanto la moneta europea continuerà ad essere governata da banchieri centrali che non rispondono ad alcun potere politico e che, naturalmente, nessuno ha mai eletto. L’unico organo esecutivo dell’Unione, ovvero la Commissione Europea, continuerà ad essere composta da gente scelta dai governi. E le decisioni che contano saranno adottate dal consiglio dei ministri, cioè dalle riunioni dei presidenti o ministri di ciascun Paese, senza che serva ad un bel niente il voto diretto per il Parlamento Europeo.

Il quale ultimo, occupandosi prevalentemente della ratifica e formulazione delle direttive, è divenuto l’impero dei lobbisti, contro cui non ho nulla, vanno benissimo, ma, appunto, non si occupano di politica estera e trattano la sicurezza o la difesa solo se c’è da vendere qualche cosa.

Sono passati trenta anni dalla prima volta in cui eleggemmo questo Parlamento. Da europeista annoto il suo fallimento, e lo faccio osservare perché non affondi con sé anche l’ideale, come già s’è visto nei referendum su quella roba bislacca che si volle chiamare “Costituzione europea”, con gli elettori che correvano in massa a bocciarla, scambiando il voto per una specie di lucchetto contro la globalizzazione.

Noi italiani faremo come tutti gli altri: voteremo pensando agli affari nostri, con lo sguardo rivolto non all’orizzonte continentale, ma alla pozza locale. Ciascuno voterà la squadra del cuore, componendo così una rappresentanza che non parla la lingua del federalismo europeo, ma esporta il vernacolo gesticolante della propaganda locale. Nel migliore dei casi, sarà inutile.

Pubblicato da Libero di venerdì 5 giugno 2009

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario