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Alitalia: una compagnia di bandiera in avaria

Un fallimento annunciato

Come uscire da questa situazione di stallo? Con buon senso e un accordo praticabile

di Enrico Cisnetto - 19 luglio 2007

Un disastro. L’abbandono da parte di Air One della gara per la privatizzazione di Alitalia e la conseguente chiusura dell’asta per mancanza di concorrenti da parte del Tesoro, è la peggiore delle notizie possibili per la nostra compagnia di bandiera. Che oggi, dopo tutti gli errori di gestione susseguitisi negli anni, si trova nel momento più buio della sua storia: senza più un pretendente – Tpg, Matlin Patterson e Mediobanca avevano già abbandonato – con le azioni a picco a Piazza Affari, ostaggio di un sindacalismo corporativo e della sinistra comunista, sotto la lente di Bruxelles che non vuole aiuti di Stato, con il presidente Libonati che si appresta a dare le dimissioni, spalancando così le porte al commissario.

La cordata capitanata da Carlo Toto era, tra tutte, quella che dava le maggiori garanzie da tutti i punti di vista, considerata la sua italianità, la conoscenza del settore, la capacità di trattare con i sindacati, i 90 nuovi aerei che l’imprenditore aveva già ordinato e la partnership con Lufthansa (l’alleanza con un vettore europeo forte è indispensabile). Ma il suo ritiro, insieme a quello degli altri concorrenti, non può certo cogliere di sorpresa, considerato che è stato causato dal ritardo con cui i partecipanti hanno potuto visionare i dettagli del contratto di cessione della società, e da una pletora di condizioni e costrizioni poste in atto dal governo, in un gioco delle parti dove la politica ha pensato solo al proprio tornaconto “elettorale”.

Cioè pensando, come ha fatto il ministro Bianchi dei Comunisti Italiani, più a puntare i piedi sulle condizioni d’asta per “difendere l’occupazione” e non darla vinta ai riformisti – specialmente in vista del compromesso che il partito di Oliviero Di liberto, insieme con gli altri della sinistra massimalista, sta trattando sulle pensioni – che al bene della nostra compagnia di bandiera. Senza minimamente preoccuparsi del fatto che pretendere dai possibili acquirenti un impegno a gestire l’Alitalia nello stesso mondo con cui fin qui lo Stato l’ha portata al collasso, avrebbe inevitabilmente significato una loro fuga e di conseguenza portato al commissariamento, con il ricorso alla legge Marzano, per un risanamento “lacrime e sangue” forse più doloroso di quello programmato dai pretendenti. Altre strade non ce ne sono, specialmente dopo che ieri Jacques Barrot, commissario Ue ai Trasporti, forse fiutando l’aria e le intenzioni di qualcuno nel governo, ha formulato un altolà preventivo a qualsiasi ipotesi di un’ennesima iniezione di soldi pubblici. Ma c’è di più, purtroppo: il dramma di Alitalia si inserisce in un momento nel quale, tra scioperi varati da rappresentanze irresponsabili (l’ultimo, ieri, ha causato la cancellazione di un centinaio di voli) e infrastrutture aeroportuali (e servizi ad esse collegati) da terzo mondo, il settore del trasporto aereo italiano si trova ormai al collasso. E questo, per un Paese che dovrebbe puntare sul turismo ed è obbligato ad offrire servizi efficienti a chi per business ha bisogno di spostamenti veloci e garantiti, è il peggio che possa capitare.

Come uscire, allora, da questa situazione di stallo? Buon senso e coraggio avrebbero dovuto indurre l’esecutivo ad evitare la gara – che tra l’altro in questi mesi ha fatto perdere al titolo il 32% bruciando 340 milioni di capitalizzazione – e scegliere sin dall’inizio la modalità della trattativa diretta con un partner industriale, sapendo far fronte, come compete a chi sa governare, all’inevitabile accusa di minor trasparenza rispetto alla procedura d’asta. Così si sarebbe potuto spiegare da subito quali erano le condizioni reali dell’azienda, e capire altrettanto velocemente le vere intenzioni dell’acquirente. Forse non è troppo tardi, però. Il governo faccia di tutto per recuperare Air One, unica vera chance di chiudere in qualche modo la partita in tempi brevi, e verifichi se, tra i vecchi pretendenti, qualcuno non dovesse essere definitivamente volato via.

L’unica strada percorribile è quella di mettersi tutti intorno a un tavolo, e non alzarsi finché non si è trovato un accordo praticabile. Se non lo fa, il governo si assume una responsabilità gravissima. E a chi guarda da osservatore esterno non resterà che raccontare la cronaca di un fallimento annunciato. Disastroso per Alitalia e per l’intero sistema-paese.

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