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Il primato dei tedeschi nella crescita economica

Un eccellente modello di sviluppo

E l’Italia? Di fronte al declino urgono scelte drastiche e diagnosi condivisa

di Enrico Cisnetto - 26 maggio 2008

Vi ricordate Italia-Germania 4 a 3? Mitica vittoria degli azzurri di calcio, trasformatasi in slogan per sottolineare le nostre primazie sui tedeschi. Qualche anno fa quel risultato esaltante si era già trasformato in un pareggio, per mano dell’allora ministro Tremonti che indicando i 5 milioni di disoccupati prodotti dalla radicale trasformazione dell’industria tedesca sostenne che i nostri guai non erano peggiori di quelli della Germania post-unificazione. Ora, invece, il risultato si è ribaltato: Italia-Germania 3 a 4, se non peggio. Si potrebbe sintetizzare così, infatti, la diversa crescita delle nostre economie.

Ieri sono arrivati i dati preliminari dell’Istat, che per il Belpaese mostrano una crescita del pil poco sopra lo zero nel primo trimestre 2008 (+0,4% sul trimestre precedente, +0,2% sullo stesso dell’anno precedente), comunque oro colato se si pensa che le previsioni erano per il segno meno. Tuttavia il sospiro di sollievo dura poco se si guarda al benchmark internazionale con gli altri Paesi: nei primi tre mesi del 2008 la crescita della Gran Bretagna è stata dello 0,6%, quella di Eurolandia dello 0,7% ma soprattutto quella della Germania dell’1,5%. Un dato davvero record, che mette a segno il risultato migliore degli ultimi dodici anni e che ci sottopone a un confronto davvero impietoso con quella che è tornata ad essere, a tutti gli effetti, la locomotiva d’Europa.

Anche perché, nonostante molti addetti ai lavori parlino di un picco per quanto riguarda il primo trimestre tedesco (dovuto a fattori positivi tipicamente stagionali), si tratta comunque di un risultato record, che si aggiunge a un clima particolarmente favorevole rispecchiato dai dati sulla fiducia delle imprese, che a maggio è salito a 103,5 punti, dai 102,4 di aprile e a fronte di previsioni che lo volevano in calo a 101,9 punti. A ciò si aggiunge che la Germania rimane stabilmente il primo esportatore mondiale di merci: secondo i dati dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), Berlino è leader mondiale degli scambi, battendo la stessa Cina, con merci esportate per 1.300 miliardi di dollari e una quota dei traffici mondiali pari al 9,5%.

Come si è arrivati a questa “aufschwung” tedesca? In primo luogo Berlino ha saputo sfruttare l’Est europeo come la sua “Cina” personale. Ha saputo approfittare, negli anni immediatamente successivi alla riunificazione del 1990, dei paesi ex comunisti delocalizzandovi le sue produzioni più mature e a minor tasso di know how, e comunque le imprese più piccole e quindi più fragili nel nuovo contesto della competizione globale. Non è stata, intendiamoci, una scelta indolore: se si guardano le statistiche sulla disoccupazione si nota come dal 1989 al 2005 la disoccupazione in Germania è passata dal 7,9% al 12,9%, superando i 5 milioni di disoccupati, un record negativo mai toccato dagli Anni Trenta. Nel primo trimestre 2008, invece, il tasso di disoccupazione è ridisceso al 7,4%, tornando ai livelli migliori della Germania Ovest.

Che cosa è successo nel frattempo? Che la Germania ha ri-orientato, grazie alla leva fiscale e ad altri strumenti di politica industriale (parola che da noi è scomparsa dai vocabolari) la produzione su settori considerati vitali: la siderurgia, l’acciaio, le costruzioni meccaniche, la meccanica di precisione, l’automobile e la chimica. Il risultato, insomma, è che la Germania ha saputo cogliere la sfida della globalizzazione, a differenza dell’Italia. Agganciando la competizione internazionale, è stato possibile nel frattempo riassorbire quelle sacche di disoccupazione legate alle imprese a più bassa produttività. Non così in Italia: negli anni in cui esplodeva la globalizzazione – sono anche gli stessi della riunificazione tedesca – nessuno (non la classe politica, ma neppure la borghesia industriale) ha avuto il coraggio di dire che il paradigma era cambiato. Non ci sono state scelte dolorose da imporre – nessuna ricetta lacrime e sangue – perché non c’è stata una diagnosi condivisa sui cambiamenti in atto.

Il risultato è il declino che abbiamo di fronte: un pil che da dieci anni cresce un terzo di meno di quello di Eurolandia (mediamente tra il 1997 e il 2006 siamo cresciuti dell’1,4% all’anno, contro il 2,2%). Nel decennio, il differenziale accumulato con l’area euro nella creazione di ricchezza è stato di 8 punti, che diventano addirittura 18 rispetto agli Stati Uniti, visto che nel medesimo periodo la loro economia è cresciuta ad un ritmo del 3,2% all’anno, ben 2,3 volte superiore a quello italiano. Un trend di lungo periodo caratterizzato da poca crescita, bassa produttività, salari in coda a tutte le classifiche e che non reggono alla prova del potere d’acquisto. Così nel mese di marzo si è registrata la più grave crisi dei consumi dal 2005 ad oggi, con una contrazione anno su anno dell’1,7%, che colpisce particolarmente l’acquisto di beni (-3,4%) e delinea un vero trend di stagnazione.

Certo, di fronte a questi dati qualcuno particolarmente ottimista preferisce parlare di “bassa crescita” piuttosto che di declino. E i dati con segno positivo arrivati ieri potrebbero supportare questa tesi. Ma sarebbe un grave errore. Il Paese, non mi stanco di ripeterlo, ha bisogno di scelte drastiche: rilanciare le grandi opere, come ha annunciato con piglio pragmatico il ministro Scajola; far ripartire la produttività e i consumi, mettere mano una volta per tutte al sistema della contrattazione, agganciare il sistema pensionistico a quello dei nostri competitor europei. Per adesso le mosse annunciate dal nuovo governo – detassazione degli straordinari e abolizione pressoché totale dell’Ici – sembrano più misure placebo che non la cura di cui avremmo bisogno. Cura che sembrerebbe essere ancora una volta rimandata, nonostante che il momento sarebbe invece maturo per ben altre riforme. Ma per arrivare a questo obiettivo servirebbe una diagnosi condivisa e un esecutivo dotato di spirito costituente. Alla base del successo del “Modell Deutschland” che ha visto e gestito la ripresa tedesca degli ultimi anni, con il raggiungimento del pareggio di bilancio, c’è stata infatti la “grosse koalition” che da tre anni guida la Germania. A noi, spirito costituente e grosse koalition (per non parlare del deficit a zero) sembrano obiettivi distanti anni luce. Ci tocca accontentarci della “kleine koalition”, la piccola coalizione post-elettorale del “Veltrusconi IV”.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario