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Lo scandaloso baratto Pecorella-Cascio

Un dialogo istituzionale inesistente

Non ci resta che denunciare la decadenza della coscienza civile raggiunta

di Davide Giacalone - 16 ottobre 2008

Lo scambio fra le teste di Pecorella ed Orlando Cascio è indecente, sotto tutti i punti di vista. Ancor più indecente che si possa consentire ad una procura d’interdire la via ad un giudice costituzionale. Può darsi si rivelino tutte chiacchiere da caffé (scorretto), ma il fatto che i giornali ne parlino, come se sia normale barattare un giudice costituzionale con un presidente della vigilanza sulla Rai è, già di per sé, un segno di quanto sia decaduta la coscienza civile.

La cosa grottesca è che si voglia far passare come “dialogo”, quindi come valore positivo di buona creanza parlamentare, un baratto, in totale spregio di quel che le leggi prevedono. Le autorità di garanzia hanno un senso se le persone che vi si destinano sono riconosciute come equilibrate e credibili, pur se provenienti dalla militanza politica, quindi necessariamente di parte. Per questo si chiedono maggioranze particolari. Ma se si accede all’idea che una garanzia la prendo io ed una la prendi tu, ciascuno spedendoci persone che l’altro giudica indegne, non è che si sia fatta una scelta equilibrata, semmai si è polverizzato il concetto stesso di garanzia.

Il problema è Orlando Cascio, mentre i veti su Pecorella sono il segno dello scontro interno alla sinistra. E’ escluso che il candidato di Di Pietro sia equilibrato e credibile, essendo un utilizzatore abitudinario della comunicazione televisiva quale oggetto contundente da lanciare contro gli avversari. Veltroni lo sostiene, anche per tenersi in piedi, mentre i capogruppo Pd di Camera e Senato non nascondono l’opportunità di scaricarlo. Votandolo la maggioranza sceglierebbe l’uomo sbagliato, commettendo l’ulteriore errore di entrare nel gioco interno all’opposizione.

Il peggio è che si attribuisce a Veltroni, spero lo smentisca, l’idea che il via libera all’accusatore di Giovanni Falcone sia la condizione per votare un giudice costituzionale. E questo si chiama ricatto, se il nome di Pecorella non desta problemi culturali o politici (inaccettabili quelli giudiziari), o mercanteggiamento amorale, se, invece, ci sono fondate ragioni per non far sedere questo giurista nella più alta corte. Il dialogo istituzionale è cosa buona e seria, quello cui stiamo assistendo, invece, è uno sconcio. Non esitiamo ad indicarne la vergogna, non celabile dietro alcuna convenienza.

Pubblicato su Libero di giovedì 16 ottobre

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