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Le promesse mancate del bipartitismo

Un corto circuito costituzionale?

Dal muro contro muro al vicolo cieco

di Elio Di Caprio - 08 ottobre 2009

E se avessimo semplicemente buttato al vento quindici anni della nostra storia, senza nulla costruire di stabile e definitivo? L’interrogativo nasce spontaneo osservando la scena politica italiana di questi mesi. L’Italia di oggi appare dal punto di vista politico esattamente uguale a quella degli anni immediatamente successivi a Tangentopoli : rabbiosa, impaurita, rissosa e inconcludente, profondamente divisa al suo interno, ancora disperatamente alla ricerca di una via di uscita verso la normalità. Sono le riflessioni, ampiamente condivisibili, di Alessandro Campi apparse in un articolo sul “Riformista” di ieri.

Poi è intervenuto il verdetto dirompente della Corte Costituzionale sul lodo Alfano che rende la via verso la normalità, auspicata da Campi, ancora più difficile. La Corte poteva decidere in un senso o nell’altro, o a metà, salvando capre e cavoli come ci saremmo aspettati per una certa cultura italiana che tradizionalmente rifugge dalle scelte nette e precise per non turbare veri o presunti equilibri. E invece no, questa volta. Ma ciò che stupisce non solo noi ma i media stranieri che negli ultimi tempi seguono con attenzione le vicende italiane, non è l’esito del verdetto pur importantissimo per tante ragioni, quanto l’aspetto di giudizio universale assunto dalla pronuncia della Consulta.

C’è qualcosa di profondamente malato o comunque di incompiuto e contraddittorio se l’Italia è rimasta ed è appesa ad un tale verdetto ed alle sue conseguenze come se si trattasse di uno spartiacque decisivo per il nostro futuro politico. Da una parte l’apparente ricompattamento a destra a favore del perseguitato (dalla magistratura) Silvio Berlusconi, dall’altra il sospiro di sollievo e di rivincita di una sinistra messa nell’angolo da se stessa che ora trova nella Corte Costituzionale finalmente un assist formidabile alla lunga narrazione sulle malefatte del Cavaliere che, cosa inspiegabile, continua ad avere un largo consenso popolare.

Ma come ha scritto Massimo Granellini su “La Stampa” non ci si può limitare ai riflessi condizionati da schieramento. Va piuttosto fatta una riflessione più ampia e conseguente, su quanto deve essere stata mediocre la nostra classe dirigente se ha spinto milioni di cittadini a identificare un uomo con una nazione e un’azienda con un partito, spingendo ad un fanatismo tra chi ama Berlusconi e chi lo odia, ma anche fra costoro e tutti gli altri, che vorrebbero semplicemente andare oltre, possibilmente avanti.

E’ proprio uscire verso la normalità come dice Campi o possibilmente andare avanti come dice Granellini il compito più difficile che ci sta davanti e non solo per le conseguenze della sentenza della Corte Costituzionale che ha negato l’immunità al Cavaliere. Se dopo la sentenza l’Unità non trova di meglio che uscirsene con un titolo di prima pagina sulla “legge uguale (finalmente) per tutti” con lo sfondo ingiallito di una pagina di giornale che rievoca la Costituzione antifascista e repubblicana, se gli arrabbiati concorrenti del “Fatto” se ne escono invece con un’intervista a Renato Brunetta che ci spiega perché è in corso un golpe- evidentemente favorito dalla pronuncia della Consulta- la confusione è veramente tanta a sinistra. Ma anche a destra le cose non vanno meglio.

Il giornale dell’ex AN, il Secolo d’Italia, non da addosso ai giudici, dice solamente e asetticamente che dai giudici è stata fatta una scelta poco chiara, perché contraddittoria, ma non si può dubitare della legittimità della sentenza della Corte sul lodo Alfano così come bisogna anche rispettare la volontà legittima di un popolo che sceglie i suoi rappresentanti e i suoi governanti. E’ un bell’equilibrismo prendere ora le distanze dai giudici in nome della democrazia e del popolo che ha votato l’attuale maggioranza, quando per mesi la componente di AN vicina a Fini ha cercato insistentemente di logorare ed insidiare l’immagine del Capo del Governo su fronti delicatissimi, pur consapevole del danno politico che si poteva provocare ad una maggioranza che, secondo i sondaggi, solo se compatta con Berlusconi continuerà ad essere tale.

Ma perché siamo giunti a tanto, quasi in un vicolo cieco da cui tutti vorrebbero uscire, anche se in tempi non brevissimi, ma non ne hanno i mezzi e balbettano di nuove elezioni, ma rischiano così di fare un nuovo ( e definitivo) regalo al Cavaliere? Non è solo il conflitto di interessi ad aver determinato una precarietà che si trascina da troppi anni con un Presidente del Consiglio che viene eletto e riconfermato nonostante un vizio d’origine così lampante. C’è di più. E’ stata la trasformazione materiale della nostra Costituzione - quella ingiallita apparsa sull’Unità- avvenuta senza equilibrio tra pesi e contrappesi e in più viziata da leggi elettorali di comodo ad aver causato le difficoltà odierne, da quando si è permesso dal 2001 che sulla scheda elettorale si votasse nominativamente il capo della coalizione – allora la contesa era tra Berlusconi e Rutelli- come se fossimo in una repubblica presidenziale che rende inamovibile l’eletto dal popolo. Era l’unico modo per assicurare stabilità, non calcolando i rischi di un “regime” plebiscitario?

Tra Giorgio Napoletano e Silvio Berlusconi chi è il più legittimato dalla volontà popolare? E poi, con l’indicazione nominativa del leader, il Berlusconi del 2009 non ha più titoli di legittimazione dello stesso Berlusconi del 2004, quando scese con successo la prima volta in campo, più come demiurgo che come leader, coalizzandosi al nord con la Lega ed al sud con AN?

Come se non bastasse Walter Veltroni e poi la famosa svolta del predellino del Cavaliere hanno fatto il resto nella corsa ad un bipartitismo rivelatosi prematuro ed immaturo, instabile in sé per averne legato le sorti ad un leader come Berlusconi che per ragioni di sopravvivenza (politica) personale sarà costretto a giocare sempre più la carta di un populismo esasperato. Nessun altro esempio di bipartitismo europeo è analogo al nostro.

Possiamo ora incolpare la Corte Costituzionale (di sinistra, si dice) per aver prodotto con la sua sentenza una nuova fonte di instabilità, come se senza di essa le cose filerebbero lisce e senza intoppi fino alla fine della legislatura?

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario