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Il destino di Telecom Italia

Un conflitto d’interessi pirandelliano

Sinergie e assetto proprietario sono le vere questioni. Altro che l'italianità

di Davide Giacalone - 20 febbraio 2007

La parola magica è “sinergia”, ma anche “abracadabra” è una parola magica, e non significa niente. Non c’è un problema d’indipendenza nazionale in capo alla proprietà di Telecom, l’ho già sostenuto, ma dietro le trattative con gli spagnoli c’è un trucco, ed è interesse italiano svelarlo. E’ legittimo che i finanzieri facciano i propri interessi, ma gli amministratori di una società non possono e non devono fare gli interessi di chi detiene una minoranza del capitale, bensì quelli della società e del suo azionariato diffuso, che è la grande maggioranza. Posto ciò, leggiamo due numeri e ragioniamo: Telefonica fa il 60% del fatturato fuori dal proprio Paese, Telecom Italia solo il 10, quasi tutto in Brasile. In quel Paese sudamericano non ci sono possibili sinergie, ovvero collaborazioni convenienti, fra le due società, perché rappresentano il primo ed il secondo operatore di telefonia mobile e se provassero ad accordarsi l’antitrust reagirebbe. Se gli spagnoli entreranno nel capitale di Olimpia per controllare Telecom, dunque, lo faranno perché sono interessati al mercato italiano e perché in Brasile è possibile solo una sostituzione: gli spagnoli vendono, incassano una montagna di quattrini (capitalizzano il doppio di Telecom, ma hanno anche molti debiti) e rientrano dalla finestra di Tim Brasil. Per fare una cosa simile è necessario che il management della Telecom collabori, portando così il valore che consente a Pirelli di riscuotere un premio di circa 500 milioni. Ma qual è il premio per tutti gli altri azionisti? Nessuno. Si dirà: ma alle sole voci d’accordo il titolo è cresciuto, con beneficio per tutti. Già il fatto che i titoli vadano in barchetta con le voci non è una bella cosa, poi sono cresciuti più che altro i titoli Camfin e Pirelli, assai meno Telecom e, in ogni caso, per quel che è cresciuto lo deve al fatto che il mercato immagina una direzione Telefonica su Telecom, ovvero il contrario di quel che i comunicati ufficiali affermano. C’è, dunque, un conflitto d’interessi fra chi vende una parte della finanziaria che controlla Telecom e gli azionisti che ne posseggono l’82% del capitale. Nel mezzo c’è il consiglio d’amministrazione, presieduto da quel Guido Rossi che al conflitto d’interessi ha dedicato interessanti libri. Pirandello non avrebbe chiesto di meglio.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario