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Ancora polemiche tra immobiliaristi e industriali

Un capitalismo straccione

Distinguere fra imprenditori e speculatori. E aprire le porte chiuse dei “salotti buoni”

di Lucio Fava del Piano - 28 giugno 2005

“Quello italiano è un capitalismo straccione, mai veramente in grado di essere il motore dello sviluppo del paese”. Parole di Renato Brunetta, consigliere economico di Berlusconi e deputato europeo di Forza Italia. Parole a chiosa della querelle che da giorni oppone alcuni esponenti del “salotto buono” dell’industria italiana, Montezemolo e Della Valle su tutti, ai più in voga tra i nuovi raider della finanza, Ricucci e Coppola.

La disputa a mezzo stampa ha preso le mosse da alcune affermazioni del premier, che più meno esplicitamente ha “sdoganato” gli immobiliaristi romani. La prima risposta è stata di Montezemolo, che ha chiesto chiarezza sulle origini dei patrimoni dei soggetti in questione, ricordando le “sorprese” verificatesi in passato con imprenditori le cui ricchezze avevano origini poco trasparenti. Replica di Ricucci, che ha vantato la propria capacità di creare ricchezza, opposta al consumo di ricchezza imputato al presidente Fiat. Intervento di Della Valle, che ha bollato Ricucci come “invenzione di mezza estate”, “ragazzotto che ha fatto il passo più lungo della gamba”, “ultimo arrivato” e “kamikaze”. Controreplica di Coppola che ha ovviamente preso le difese del collega immobiliarista. Senza contare commenti, riflessioni e considerazioni di personaggi vari, a margine della vicenda. Sulle pagine dei giornali dei prossimi giorni, le probabili puntate successive.

Al di là della cronaca degli insulti, la situazione appare paradigmatica, e solleva alcune questioni sulle quali vale la pena riflettere un attimo.

Montezemolo ha indicato la necessità di fare chiarezza “tra chi fa trading immobiliare e chi è imprenditore nel senso vero della parola”. Concetto ripreso da Della Valle, che chiede di distinguere “le imprese serie dagli affaristi dell’ultima ora”. E rafforzato dal leader della Cisl Pezzotta, che dichiara “attenzione agli imprenditori che investono sulla produzione e rischiano”, diffidando invece di chi opera nel settore immobiliare, puntando sulle rendite.

Per parte sua, Ricucci non perde occasione per rivendicare con orgoglio la sua capacità di creare ricchezza.

Bisogna allora intendersi su cosa significhi creare ricchezza. Sicuramente, quando un raider acquista azioni a un certo prezzo e le rivende a una quotazione superiore, realizza un guadagno. Ma crea valore per il sistema economico? Secondo noi no. Fa un buon affare per sé, ma non crea sviluppo, non genera ricchezza, non fa impiego delle risorse in maniera tale da far nascere un plusvalore per il sistema.

Da questo punto di vista, dunque, sembra di dover prendere le parti di chi fa distinzione tra speculatori e imprenditori.

Dall’altro lato, però, rimane comunque il sospetto che alcune dichiarazioni siano mosse anche dall’aspirazione a mantenere chiuse le porte del “salotto buono”, e a far fruttare sempre di più e sempre più a lungo le rendite affermate nel passato. Ancora Brunetta sostiene che “tutto il capitalismo italiano è figlio della rendita, politica ed economica”.

Se quello italiano è quindi un capitalismo straccione, sospeso tra difesa delle rendite di posizione e speculazione, è difficile pensare che posa contribuire in maniera fattiva a risollevare le sorti di un’economia italiana sempre più in crisi.

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