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L’articolo 138 tradito da un testo-accozzaglia

Un bel pasticcio di riforma

L’architettura istituzionale è stravolta, ma si parla solo della devolution. Che non c’è

di Davide Giacalone - 17 novembre 2005

Bossi è felice. Mi fa piacere per lui. Ho, però, l’impressione che, ancora una volta, sventolano le bandiere, volteggiano le parole, e la sostanza si perde nel vuoto e nel sentito dire. Ieri, dunque, sarebbe nata l’Italia federale? Ne dubito.

Già oggi, senza che quella riforma costituzionale abbia alcun effetto, più della metà della spesa pubblica totale, in Italia, è gestita, in autonomia, da Regioni ed enti locali. Lo Stato centrale, oggi, pesa per meno della metà della spesa. Il che, tradotto in termini rozzi ma efficaci, vuol dire che ha meno della metà del potere. Oggi, non domani.

Qualche giorno fa la Corte Costituzionale ha ulteriormente chiarito le idee a tutti: il governo ed il Parlamento non hanno alcun diritto di stabilire, o anche solo suggerire, come più della metà della spesa pubblica deve essere impiegata. Questo in ragione della riforma costituzionale varata nella scorsa legislatura. Significa che le Regioni fanno quello che credono, con i soldi che lo Stato passa loro. Per me, dunque, si potrà parlare di qualcosa che somigli ad un’autentica e responsabile autonomia amministrativa, o, se proprio si vuole, al federalismo, non il giorno in cui si stabilirà che lo Stato non può interferire con le Regioni (già fatto), ma quello in cui si dirà alle Regioni: spendete i soldi come vi pare, ma raccoglieteli, anche, fatevi esattori, mettete tasse in proporzione di quel che volete gestire, e rispondetene davanti agli elettori.

Quello varato sarebbe federalismo perché c’è l’autonomia regionale nell’amministrazione della scuola? Ma quel capitolo si riferisce solo all’ “organizzazione” scolastica, mentre gli istituti sono autonomi già oggi. Per il capitolo sanità? Ma qui le Regioni sono già autonome adesso, e, anzi, nella riforma si stabilisce che la tutela della salute è questione nazionale, così come s’introduce il concetto di “interesse nazionale”. Insomma, a me pare che si sia messa una pezza sullo strappo costituzionale operato con la riforma del titolo quinto, nella scorsa legislatura, e lo si sia fatto inserendo qualche parola chiave che serva a far vedere quel che non c’è, ovvero il federalismo.

La riforma, però, contiene altri capitoli, di cui nessuno parla: cambia il Senato, cambia la Camera, la Corte Costituzionale, i poteri del Presidente della Repubblica, il ruolo del Parlamento, il potere e la legittimazione del capo del Governo, il ruolo dell’opposizione, e così via. Tutta roba di capitale importanza, che, però, si vede poco perché l’occhio si posa sul turbinio di bandiere del federalismo impoverito.

Su tutta questa materia saremo chiamati a votare, con un referendum popolare. Diremo sì o no, con questo accomunando in un solo giudizio cose che manco sono parenti. Come potrà, l’elettore, compiere una scelta razionale?

La nostra Costituzione prevede, con l’articolo 138, il meccanismo per la sua stessa modifica. Un meccanismo che dovrebbe essere utilizzato a ragion veduta, cercando di salvare lo spirito repubblicano. Ed in questo sono state manchevoli entrambe le coalizioni. Ma è un meccanismo che funziona, rendendo efficace il previsto referendum, se si procede per singole materie, o per materie omogenee. Quando, invece, s’insaccano in un solo testo questioni diverse, talune addirittura di significato opposto, si chiamano poi i cittadini ad esprimere un giudizio impossibile. Bossi è felice, e mi fa piacere per lui.

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