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La politica inciampa ancora una volta sul caso Rai

Un’azienda pubblica allo sbaraglio

Facciamo una riforma? Non servirebbe a nulla. L’unica ricetta risolutiva è la vendita

di Davide Giacalone - 11 marzo 2009

La politica annega, ancora un volta, nella pozza del televisore. Le leggi sono scritte su carta soffice, destinata ad uso appropriato, l’etica pubblica va a farsi benedire e l’azienda affonda. Il tutto, che ha del miracoloso, per conservare equilibri che, poi, ciascuno afferma di detestare. Provate a mettervi, benché sia difficile, nei panni strapagati di gente totalmente inutile, come i membri della commissione parlamentare di vigilanza, sulla cui presidenza a lungo si baccagliò, i quali, nel fiorire della primavera, nomineranno un presidente che neanche conoscono, che non hanno scelto e che conterà poco. Poi tutti a magnà, con lo sconto. Roba da rovinare la digestione.

La cosa è tragicomica, perché la violazione della legge avviene alla luce del sole, con mesi di dibattiti pubblici, compartecipi maggioranza ed opposizione, e neanche riescono a chiudere la partita. Con i poveri commissari che aspettano, sempre al ristorante, cosa ratificare. Alla scena si uniscono le anime candide, quelle che scoprono il mondo in una notte e s’accorgono, dopo avere accettato, che alla Rai governano partiti, correnti, ras, capobastone, sottopanza e reggicalze. Oh, ragazzi, non prendiamoci in giro: Ronkey la definì lottizzata nel 1968, innovando il significato del termine!

Facciamo una riforma? Ma va là, non serve a nulla. Questa roba si regge, fin da quando la Corte Costituzionale aprì agli editori privati, su un patto conservativo a testata multipla: da una parte la Rai resta pascolo di tutti, dall’altra la si difende per non cedere spazio a detti privati, i quali, del resto, poterono espandersi proprio perché la Rai era come ancora è. Solo gli scemi non capiscono che rompendo quel patto cambia l’intero mercato ed aumenta la concorrenza.

Il conflitto d’interessi, che c’è, spinge a confermare il patto, stipulato quando il conflitto c’era, ma riguardava l’opposto, ovvero la Rai. E si deve essere scemi per credere che il baraccone pubblico abbia qualche cosa a che vedere con cultura, libertà e pluralismo. Pertanto, ripeto l’unica ricetta risolutiva: va venduta. A tocchi, non a percentuali sul tutto.

Da sinistra dicono che sono berlusconiano, perché attacco il brocco canonizzato. Da destra irridono il “liberismo scolastico”. Tutti scemi non sono, quindi lo sono io. Prosit, e burp.

Pubblicato su Libero di mercoledì 11 marzo

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario