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La rigidità e la burocrazia dell’università

Un’assurdità dietro l’altra

Fuori corso il 46% ma impossibile laurearsi in anticipo. Con commento di Enrico Cisnetto

di Sergio Dugone - 13 novembre 2006

Si propone la seguente riflessione su Crediti universitari, durata del corso di studi, conseguimento della laurea (D.M. 3.11.1999 n. 509 – Ordinanza Consiglio di Stato n. 4427/2005) affinché chi può fare chiarezza su una questione che riguarda tanti studenti universitari, la faccia.
Scrive Enrico Cisnetto (“Università chiusa che produce docenti” - Il Gazzettino, 12.11.2006, pag. 10) che i dati della CRUI – Conferenza dei Rettori delle Università Italiane – evidenziano, cinque anni dopo la grande riforma con l’autonomia degli Atenei, come le Università abbiano aumentato a dismisura i corsi di laurea (+122%) raggiungendo nel 2004 la punta di 1.820.000 iscritti. Però gli studenti fuori corso – con relativi costi economici e sociali per famiglie ed interessati – che dovevano diminuire, sono passati dal 42% al 46% ed i tassi di abbandono sono arrivati al 60%. Se la spesa per studente è più elevata della media dei paesi Ocse, la quota dei laureati (12%) è la metà della media OCSE.
Francesca Folda e Antonio Rossetto (“Aumentano le facoltà cala il livello” - Panorama 2.11.2006, pag. 138-142) affrontano il dibattito in corso sul livello della qualità universitaria rappresentando le criticità dell’offerta formativa di 360 atenei su 105 province e richiamando anche la numerosità degli studenti maturi richiamati in università dal riconoscimento di crediti legati a convenzioni specifiche (Ministeri, Inps, Ordini professionali, ecc.) o dall’esperienza professionale seriamente, si spera, documentata. Il Ministro Fabio Mussi – a questo proposito, sulla scia del Ministro Moratti che voleva intervenire – ha inviato una circolare a tutti gli atenei fissando in 60 il numero massimo dei crediti riconoscibili.
Nessuno però pare – né il Ministero, né i giornalisti attenti all’università – affrontare il delicato tema della durata legale dei corsi di laurea perché in Italia il numero dei fuori corso è elevato, gli abbandoni sono elevatissimi, però chi riesce, per dedizione e bravura (o bravura e crediti riconosciuti su curricula documentati), a mettere insieme prima del triennio i crediti per laurearsi, deve attendere il tempo legale degli studi.
Si solleva quindi un problema che – per la semplicità dei contenuti, la soluzione rispettosa dei diritti e della centralità dei cittadini e la rilevanza delle parti in causa – richiama la competenza del Ministro per l’Università, del Ministro per la Famiglia e della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Con D.M. n. 509 del 3.11.1999 “Regolamento recante norme concernenti l’autonomia didattica degli atenei” si stabiliva  all’art. 7 il conseguimento dei titoli di studio a seguito dell’acquisizione di 180 crediti per la laurea; di 300 crediti per la laurea specialistica ecc.;  all’art. 8 per ogni corso di studio è definita la durata normale in anni, proporzionale al numero totale di crediti di cui all’art. 7, tenendo conto che ad un anno corrispondono 60 crediti ai sensi del comma 2 dell’art. 5 dello stesso D.M. Tale comma 2 dell’art. 5, stabilisce che “la quantità media di lavoro di apprendimento svolto in un anno da uno studente impegnato a tempo pieno negli studi universitari è convenzionalmente fissata in 60 crediti”.
Infatti lo studente che – nel caso ad esempio della laurea triennale - non riesce a produrre i 60 crediti annui ed i 180 nel triennio, vede la possibilità di proseguire gli studi venendo collocato dall’Università come “fuori corso” con relativi costi ulteriori a carico del medesimo, della sua famiglia, del suo progetto di vita.
Alla stessa stregua però, l’Università – che attraverso l’approvazione dei piani di studio tende a regolamentare i 60 crediti annui – non pare accettare che ci sia uno studente che arriva a 180 crediti prima del triennio (cosa peraltro ancora più possibile con i crediti riconosciuti per alcuni), conseguendo quindi il diritto a laurearsi in due anni o anche meno, con relativo risparmio anche di costi economici e sociali per lo stesso, la famiglia, lo Stato, il progetto di vita delle persone e con riconoscimento dei meriti. Cioè l’Università favorisce chi non riesce a tenere il ritmo dei 60 crediti annui ma sembra punire chi riesce a produrne di più.
Ha fatto breccia in tale atteggiamento il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, sezione sesta, con ordinanza n. 4427/2005 che respinge il ricorso dell’Università degli Studi di Lecce contro la sentenza del TAR Lecce che aveva accolto le ragioni di un giovane studente universitario che non era stato ammesso a sostenere l’esame di laurea in quanto aveva terminato in soli due anni – e non nei tre previsti dal corso di laurea – gli studi universitari e conseguito i crediti necessari, pronto poi a passare al percorso per la laurea specialistica.
Dopo tale ordinanza ci si aspettava una azione del Governo che – riconoscendo la centralità del cittadino in coerenza con la produzione legislativa dal 1990 in poi – sancisse la praticabilità di tale esito nel caso di studenti in grado di sostenere il percorso universitario con tempi minori rispetto alla durata normale del corso di studi. Se le Università ritengono di averne un nocumento economico possono chiedere il versamento delle tasse mancate, all’atto della laurea.
E’ fuori luogo trattenere in Università chi ha conseguito i titoli per laurearsi prima della durata normale del corso di studi, così come è assurdo che le Università cerchino di ordinare i piani di studio secondo moduli vincolanti da sessanta crediti annui: ci sono studenti che ne potrebbero programmare di meno ed altri di più.
D’altro canto, non pare che le Università si comportino tutte allo stesso modo considerato che Urbino per taluni corsi di laurea porta al conseguimento del titolo in 18 mesi, che altre considerano la registrazione dei 180 crediti (compresi quelli della laurea) come unico riferimento…
Allora – nel rispetto delle autonomie degli Atenei – non sarebbe opportuno che il Ministero competente, di concerto con il Ministero della Famiglia, la Presidenza del Consiglio e altri, definisse la praticabilità del riconoscimento dei meritevoli dando armonia di comportamenti alle Università italiane?

Il commento di Enrico Cisnetto:

“Non sapevo di questa ennesima assurdità del nostro sistema universitario che Sergio Dugone ha fatto molto bene a documentare. Pubblico volentieri il suo j’accuse non solo perché quanto denunciato va contro il buonsenso, ma anche e soprattutto perché rappresenta l’ennesimo crimine contro il merito, di cui l’Italia ha bisogno – e in dosi massicce – se vuole salvarsi dal drammatico declino in cui è sprofondata. Torneremo su questo tema e ne faremo oggetto non solo di scritti, ma di iniziative di denuncia e di proposta come Società Aperta”.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario