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Previsioni negative

Un altro anno difficile

Occorre che le forze riformatrici presenti nei diversi schieramenti politici, essendo minoritarie, uniscano gli intenti

di Enrico Cisnetto - 20 gennaio 2013

Gli spread scendono, per merito della Bce, ma la congiuntura economica europea, Germania compresa, peggiora. Influendo pesantemente sulle stime relative all’economia mondiale e ancor più su quelle dei paesi occidentali (Europa, Usa, Canada): la Banca Mondiale le ha tagliate rispettivamente del 20% e del 30%.
In Italia, in particolare, le aste dei titoli del debito pubblico vanno bene e il differenziale con i Bund tedeschi è meno della metà dei massimi che avevano fatto scattare l’allarme default. Ciononostante, la Banca d’Italia ha appena moltiplicato per cinque, in negativo, la previsione del governo sul pil del 2013 (da -0,2% a -1%), portando il costo della recessione (dal 2008) a otto punti e mezzo di pil (al netto del recupero del 2010-2011), qualcosa come 130 miliardi di ricchezza nazionale “bruciati”. Notizia resa meno infausta, ma solo un po’, dal fatto che si stima che nel secondo semestre comincerà una piccola inversione di tendenza che potrebbe portarci definitivamente fuori dalla recessione nel 2014. Peraltro, sulla base della performance 2012 dell’industria (produzione, fatturato, ordinativi), se la ripresina di fine anno non ci fosse, la caduta del pil potrebbe arrivare anche a 1,3-1,5%.

Come si conciliano queste due opposte tendenze? La relazione di causa ed effetto appare evidente: le politiche di risanamento delle finanze pubbliche sono state troppo restrittive e hanno inciso sull’economia reale in maniera molto più marcata di quanto non si fosse messo in conto. Il che finirà, paradossalmente, per rendere il rigore stesso meno efficace. Vogliamo scommettere che il primo atto dell’esecutivo che si formerà dopo le elezioni sarà – alla faccia delle promesse elettorali – l’ennesima manovra correttiva, probabilmente nella misura di 7-8 miliardi? Perché se da un lato risparmieremo sul costo del debito per effetto dello spread più basso (10 miliardi in due anni a tassi costanti), dall’altro l’ulteriore caduta del pil peggiorerà il dato sul deficit, cui concorreranno anche altri due fattori.
Uno: l’emergenza occupazionale, quella che in cinque anni ha cancellato quasi 600 mila posti di lavoro, per cui ci sarà bisogno di rifinanziare gli ammortizzatori sociali che sono coperti solo per i primi mesi dell’anno.
Due: c’é da tener presente che se a luglio si vorrà evitare che scatti il previsto aumento dell’Iva (dal 21% al 22%) – ed è bene che accada per deprime ancor più di quanto già non sia i consumi – ci troveremmo a dover coprire un ulteriore costo di circa 4 miliardi. Tutto questo senza contare due necessità impellenti: pagare i debiti che le pubbliche amministrazioni hanno verso le imprese (70 miliardi, un’iniezione di liquidità straordinariamente importante) e mettere mano al portafoglio per fare investimenti pubblici, o pubblico-privati, che agiscano da volano.

Si può fare? Intervenendo su patrimonio e spesa pubblica corrente, sì. Ma a patto di evitare la logica dei tagli, e invece facendo riforme che generino e spostino risorse. In questo senso, occorre che le forze riformatrici presenti nei diversi schieramenti politici, essendo minoritarie, uniscano gli intenti. Nulla di tutto ciò si parla in queste ore? Beh, se la campagna elettorale televisiva induce, come al solito, ad usare i polmoni a danno del cervello, almeno sia all’ordine del giorno il 26 febbraio.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario