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Confindustria non si assolva

Un affresco a tinte forti

Le lamentele non servono. Occorre trovare utili vie d'uscita

di Davide Giacalone - 17 dicembre 2010

Da Confindustria giunge un affresco a tinte forti, capace di restituire con crudezza le debolezze della nostra economia. Si tratta di concetti che i nostri lettori conoscono, che ripetiamo sovente. Occorrerebbe esercitarsi, però, non solo sulla (naturalmente indispensabile) misurazione dei parametri vitali, ma sulla diagnosi e sulla terapia. La via d’uscita c’è, ma non consiste nell’assumere atteggiamenti lamentosi e rivendicativi, come anche Confindustria ha preso a fare.

I dati resi pubblici dal Centro studi possono essere riassunti in due differenti ambiti. Da una parte c’è la crescita, corretta con un meno 0,2% sia per il 2010 che per il 2011, attestandosi così all’1 per l’anno in corso e all’1,1 per il prossimo. Poco, troppo poco. Poi c’è la disoccupazione: 540 mila posti di lavoro persi, fra il 2008 e il 2010, cui si possono legittimamente sommare l’equivalente di altri 480 mila, mantenuti in vita dalla cassa integrazione. Più di un milione. Troppi. Dice Confindustria che la “malattia della lenta crescita” è rimasta tale per effetto delle mancate riforme. E qui la fanno semplice, oltre che autoassolutoria.

Il nostro crescere con il contagocce, cui si è sommato il tonfo recessivo, dura da tre lustri, ma non è la malattia bensì il prodotto di non risolte rigidità e arretratezze. Che sono politiche, non si discute, ma anche sindacali, sia sul fronte dei lavoratori che degli imprenditori. Se mi soffermo, ora, su queste ultime, è solo perché da quel lato arriva l’ultima “denuncia”, non avendo mai risparmiato gli altri responsabili. Difatti, non solamente il nostro mercato del lavoro è arretrato, lo è anche quello dell’impresa e della finanza: il nostro capitalismo provinciale e familiare, fatto d’intrecci e conflitti d’interesse, poteva avere un senso e un’utilità quando si trattava di far viaggiare la flotta nazionale, i cui armatori erano spesso privi di capitali, o assai riottosi nel metterli a rischio. Il “sistema Cuccia” ha avuto grandissimi meriti, ma è finito da anni, con la globalizzazione e l’euro. Eppure la rete delle grandi imprese è ancora tessuta con troppo pochi fili, maledettamente intrecciati fra di loro. Il rimedio non può essere la delocalizzazione alla ricerca di minori costi, lasciando immutata l’arretratezza interna. Un tema con cui Confindustria deve fare i conti.

E’ vero che la Germania s’è ristrutturata in modo profondo, lavorando sodo per prepararsi a mercati cambiati, ma è anche vero che mentre loro lo facevano noi puntavamo il dito verso i loro alti tassi di disoccupazione. Misurando solo quelli, anziché la produttività, si perde occupazione futura. E ora siamo nel futuro di allora, nel tempo in cui loro raccolgono i frutti. Preparati da Gerhard Schroder, socialdemocratico, disposto anche a perderci le elezioni (rinunciando all’alleanza con la sinistra), poi da un governo di grande coalizione, infine consegnati ad Angela Merkel. Ciò è stato possibile grazie a una maggiore serietà della classe politica, certamente, ma anche grazie al fatto che in Germania né l’impresa né la stampa avevano mai soffiato sul fuoco dell’ordalia antipartitica, come è avvenuto, invece, in Italia. L’impresa italiana ha le sue responsabilità, come anche nella sventurata stagione delle privatizzazioni senza mercato, che quella stagione rese possibili.

Confindustria ci tiene, come tanti altri soggetti italiani, a dire che non si schiera. Strano modo di concepire la democrazia, dove, invece, è naturale schierarsi e schierare gli interessi. Non ideologicamente, perché anche questo è un segno di arretratezza, ma politicamente. Non basta dire che ci vuole una riforma del sistema dell’istruzione (lo dicono tutti) ci si deve schierare quando gli interessi conservativi la bloccano. Si rilancia, semmai, ma non si evade il tema. Non basta dire che va cambiato il mercato del lavoro, si deve agire, altrimenti capita che si venga scartati dagli imprenditori stessi. In una democrazia gli interessi reali non restano mai a bordo campo, plaudenti o vocianti. Giocano, prendono le pedate e provano a segnare. Specie in un Paese in cui la stampa non è esattamente indipendente dall’impresa.

Non è affatto innaturale che un imprenditore, o un sindacalista, decida, al pari di ogni altro cittadino, di candidarsi a governare. Lo è che pensi d’essere una risorsa indipendente, fuori dagli schieramenti. Confindustria ha prodotto anche questo, come se la difesa di un interesse possa divenire l’interesse generale. Invece il tema urgente è un altro: senza più uno Stato che lenisce i conflitti e alimenta lo sviluppo con la spesa pubblica, che mestiere pensano di fare i corpi intermedi? Sergio Marchionne ha risposto, a modo suo, rinunciando prima a Federmeccanica e poi a Confindustria.

Non si tratta di contestare i dati resi pubblici ieri, come pure il governo potrebbe malauguratamente fare (ci ha già provato con la Banca d’Italia), ma di stabilire a cosa servono. Spero non a piangersi addosso o a cercare, infantilmente, di dimostrare che la colpa è tutta degli altri.

Pubblicato da Libero

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