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Il “1989 del mondo islamico”

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In Libia rischia anche la nostra classe dirigente

di Enrico Cisnetto - 28 febbraio 2011

La drammatica crisi della Libia, che va ben al di là dei suoi confini e che saldandosi con le rivolte in Egitto, Algeria, Tunisia e altri fronti caldi del Mediterraneo e del Medio Oriente ha dato il via a quello che potrebbe rivelarsi un epocale “1989 del mondo islamico”, richiederebbe all’Italia di avere una classe dirigente degna di questo nome e all’Europa di esistere.

Due condizioni che, purtroppo, non esistono. E la cui mancanza rischia di aprire una breccia di cui non possiamo neppure immaginare le conseguenze negli equilibri geopolitici del Mediterraneo e del Vecchio Continente, nella stabilità interna dei vari paesi per via dei flussi immigratori e negli assetti, già meno consolidati di un tempo, delle diverse economie continentali e della ricchezza dei nostri abbienti cittadini. Per l’Italia, in particolare, questa vicenda può rappresentare – molto più delle crisi finanziarie, quella mondiale che abbiamo vissuto e quella europea della speculazione contro i debiti sovrani e l’euro stesso che è in corso da mesi con un andamento da fiume carsico – un reagente chimico micidiale, capace di far saltare quel che resta della nostra sgangherata Seconda Repubblica.

E la miglior dimostrazione di questa non difficile predizione sta nella pochezza della reazione che tanto il governo quanto l’opposizione hanno saputo mettere in atto. Inizialmente entrambi impreparati e attoniti. Poi preoccupati soltanto, Berlusconi e l’esecutivo di dover giustificare il comportamento a dir poco eccessivamente accondiscendente avuto nei confronti di Gheddafi e del suo regime, e l’opposizione (eccezion fatta per l’Udc) di approfittare dell’occasione e, per puro calcolo elettorale, attaccare il governo. Cioè lontani mille miglia, l’uno e le altre, dalla comprensione di un fenomeno che già sta andando e ancora andrà ben al di là della contingenza.

Il tema da affrontare, infatti, non può essere il fondamento o meno della realpolitik che ha spinto l’Italia – peraltro, da decenni e in compagnia di molti altri paesi – a intrattenere rapporti politici e commerciali con la Libia come con altri regimi dittatoriali, e neppure la congruità della “politica del cucù”, che per molti versi sarebbe corretto porre, cioè del modo folcloristico, superficiale e da venditore di tappeti con cui il premier ha impostato non solo il rapporto con Gheddafi – un conto è doverci avere a che fare, un altro è lasciarsi andare a comportamenti beceri come il famoso baciamano, incompatibili con la cifra di uno statista – ma con molti altri leader mondiali. No, il nodo da affrontare ora è il che fare in questa terribile e complicata circostanza.

Quale profilo deve darsi il Paese, quale grado di unità la sua classe politica è in condizione di realizzare, quale livello di influenza è capace di esercitare in sede europea e mondiale (anche Stati Uniti e Cina saranno due giocatori decisivi della partita). Partendo da un dato certo: la crisi politica – tra l’altro strutturale, sistemica – che l’Italia vive da anni e che negli ultimi dieci mesi è diventata del tutto irreversibile, non appare per nulla compatibile con la situazione che si sta verificando alle nostre porte.

Per questo i casi sono due: o assistiamo ad un tanto auspicabile quanto improbabile colpo di reni della politica nel suo insieme, che spinta dall’emergenza recupera le ragioni di una strategia paese perduta da due decenni, oppure sarà la pressione dell’emergenza stessa a travolgere quel che resta della Seconda Repubblica.

Uno scenario, quest’ultimo che solo uno stolto può augurarsi, per quanto auspichi il subitaneo avvento della Terza Repubblica. Ma che al momento, in mancanza di un ben che minimo segnale di resipiscenza bipartisan, resta purtroppo quello più probabile. Ultimo avviso.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario