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Il suicidio anti europeista

Ue, indietro tutta

Francia e Italia vedono precipitare la loro condizione socio-economica, mentre la Germania non capisce le politiche di austerità finiranno per colpirla.

di Enrico Cisnetto - 20 maggio 2013

Un passo avanti, due indietro. Mentre Hollande rimuove l’atavica diffidenza francese verso l’unità politica dell’Europa promettendo – forse per rompere l’assedio delle critiche e dell’impopolarità interne – una fase due della sua presidenza caratterizzata da un’offensiva sul fronte euro pro maggiore aggregazione e contro l’austerità recessiva voluta dai tedeschi, la Merkel viceversa frena, concede un laconico “Berlino trova interessanti le proposte di Parigi sul futuro dell’eurozona” (sul futuro, si badi bene, non sul presente), ma subito mette in guardia dall’idea di un governo economico dotato di un suo budget ed esclude in modo categorico (“non é in questione”) una messa in comune dei debiti. Della serie: non faremo nulla che possa minimamente incidere sulle prerogative del Bundestag.

Sarà che si avvicinano le elezioni tedesche (22 settembre prossimo) e che i sondaggi indicano come un quarto dell’elettorato sarebbe favorevole alla fine dell’euro – tanto che il neonato partito eurofobo Afd (fondato da un professore di economia, Bernard Lucke) nei gradimenti ha già superato la soglia di sbarramento del 5% – ma l’impressione è che i problemi strutturali europei, lungi dall’essere avviati a soluzione, si aggravino ogni giorno di più. La Francia, in realtà, non si è improvvisamente scoperta europeista, ma vede precipitare la sua condizione socio-economica e pur avendo già portato a casa da Bruxelles l’allungamento dei tempi per il contenimento del deficit, capisce che la recessione la colpirà pesantemente e cerca nella politica tedesca l’alibi, la copertura alle sue responsabilità.

Dal canto suo la Germania si sente accerchiata dai mendicanti e teme di dover pagare il prezzo dell’altrui cicaleggiare, senza capire che gli effetti recessivi delle politiche di contenimento dei deficit finiranno per colpirla. Mentre se si studiassero delle operazioni di portata continentale per ridurre in modo massiccio i vecchi stock di debito – mettendo mano ai patrimoni pubblici e coinvolgendo quelli privati – e se si mettessero in comune i debiti futuri attraverso gli eurobond, non si perderebbe niente in termini di rigore finanziario, anzi, e si potrebbero mettere in moto più facilmente politiche di crescita che oggi i governi (non quello italiano) non riescono a fare.

Altrimenti, il rischio è che il programma estremista di Lucke sfondi, e non solo in Germania: fuori subito dall’euro Grecia, Cipro, Portogallo, Spagna, Italia e probabilmente anche Francia, quindi fase transitoria di 4-5 anni con l’euro in parallelo alle rinate monete nazionali, per poi non oltre il 2020 fine dell’eurozona e ritorno al marco con al limite un’unione monetaria che unisca la Germania con Olanda, Austria e Finlandia. E siccome fra un anno esatto (22-25 maggio 2014) si terranno le elezioni europee, il rischio successivo a quello che già misureremo in Germania – dove è sperabile che il voto costringa Cdu-Csu e Spd a tornare alla felice esperienza della grande coalizione – sarà quello dello spuntare come funghi di movimenti nazionalistici ed anti-europei che finiranno per seppellire definitivamente la moneta unica e con essa il progetto degli Stati Uniti d’Europa. Senza capire che, da un lato, affrontare la globalizzazione disuniti è un suicidio e che, dall’altro, anche abolito ogni trattato problemi e timori che assillano i cittadini europei (disoccupazione, tasse, meno stato sociale, immigrazione) certo non sparirebbero.

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