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Il mondo occidentale ormai senza ambizioni

Ucraina: dalla rivoluzione alle riforme

I risultati elettorali di Kiev dimostrano che, ai confini con l’Europa, manca proprio l’Ue

di Pietro Paganini - 30 marzo 2006

Il pensiero liberale che passa per sir Karl Popper non ama molto le “rivoluzioni”. Ogni volta che un liberale sente il termine “rivoluzione” rabbrividisce. Tuttavia, ci sono delle rare eccezioni. Una di queste è rappresentata dalla “Rivoluzione arancione” ucraina. Quella delle fredde giornate di due anni fa è stata una rivoluzione non violenta, voluta dalla maggioranza dei cittadini davanti al broglio elettorale perpetrato da un’oligarchia politico economica legata a Mosca ormai in declino con i tempi e con il passo di un paese ormai più rivolto a Occidente che a Oriente. Le migliaia di cittadini scesi in piazza a Kiev hanno dimostrato di essere ormai maturi per un passaggio radicale ad un sistema politico ed economico liberale e democratico. Il legame con Mosca era ormai spezzato da un decennio, cioè dal momento in cui l’Ucraina si è staccata fisicamente dalla Russia e dalle sue Repubbliche. L’Occidente del mercato libero e delle libere elezioni non era più un miraggio, ma un modello a cui ispirarsi e da applicare. Non era soltanto un’élite intellettuale politica ed economica ad inseguire l’America e l’Europa, era l’intera popolazione. Esattamente il contrario di quanto sta succedendo in Bielorussia. Oggi che in Ucraina si è votatp, ad una settimana di distanza dal voto di Minsk, ci troviamo davanti a due paesi che rappresentano due percorsi opposti. In Bielorussia, a meno di interventi forti da Occidente, (Ue e Usa), le cose resteranno invariate ancora per un bel po’: troppo forte il legame culturale verso il modello sovietico, troppo il ricatto economico di Mosca. E’ la maggior parte della popolazione bielorussa a non essere matura, anche se una cospicua parte di essa si è opposta al regime locale.
La “Rivoluzione arancione” è stata una coincidenza, uno strumento che la nuova classe politica nascente, quella economica e la società civile hanno saputo sfruttare. La rivoluzione ha accelerato un processo che ormai era irreversibile. Il carattere profondo di tale irreversibilità sta tutto nelle elezioni svoltesi l’altro giorno, sia per eleggere i rappresentanti parlamentari sia coloro che siederanno nei consigli comunali e guideranno metropoli come Kiev, città più o meno grandi e paesini di campagna. I partiti politici, oltre cinquanta, divisi tra alleanze politiche e geografiche, rispecchiano lo spirito di una democrazia giovane di rappresentare il più possibile i suoi cittadini. Non dobbiamo perciò spaventarci, o intravedere in Ucraina un fenomeno all’italiana. Le condizioni sono molto diverse. L’Ucraina è un paese che oggi ha preso per modello gli stati baltici, su tutti l’Estonia, e come alleato principale gli Usa, anche se per necessità di geografia economica è la Ue ad essere preferito. I partiti politici, di qualsiasi colore, ispirazione e schieramento non temono brogli. E questi, infatti, non sembrano essersi verificati, soprattutto nei grandi centri. Questo è forse il segnale migliore di una democrazia avviatasi sulla buona strada.
Tuttavia, i risultati di queste elezioni dimostrano che in Ucraina, ai confini con l’Europa a mancare è proprio la Ue. La mezza vittoria dei così detti “filo sovietici” è il sintomo della latitanza europea. Nel momento della difficoltà (vedi alla voce crisi del gas) i vecchi cittadini ucraini, quelli che ancora non hanno assaggiato i vantaggi delle libertà individuali e del mercato libero, hanno preferito rivolgersi verso la vecchia chioccia russa.
Ma non possiamo ancora nasconderci come per la Georgia, dove gli Usa hanno avuto un ruolo importante nella costruzione della democrazia. Sarà stato per fini strategici, per conquistare uno degli ultimi cuscinetti tra Mosca e l’Occidente, ma questo non ci deve interessare, perché anche questa volta l’Europa è arrivata tardi. Possiamo certamente recuperare, ma dobbiamo sbrigarci, perché i principali partiti ucraini, usciti in qualche modo “sconfitti” da queste elezioni sembrano più orientati oltre l’Atlantico, mentre Bruxelles resta solo un potenziale mercato da sfruttare. Come europei, come liberali, dobbiamo invertire questa tendenza. Le ragioni sono evidenti, e non sono solo strategiche, ma devono mirare a “sfruttare” l’enorme potenziale che un paese giovane, uscito da più di mezzo secolo di oscurantismo sociale, culturale ed economico nasconde. Se a Kiev hanno bisogno delle nostre risorse economiche, delle strutture e delle competenze, noi non possiamo accorgerci dell’incredibile bagaglio umano, fatto soprattutto di giovani e intraprendenti. Giovani ambiziosi e motivati, la cui prima testimonianza l’abbiamo potuta raccogliere proprio in questi due anni che hanno portato alle elezioni di Domenica. Come giovani liberali siamo infatti rimasti felicemente impressionati dalla capacità organizzativa dei giovani locali, a prescindere dal colore e dallo schieramento. I giovani di Pora ci hanno dato dimostrazione di una straordinaria passione e dedizione politica, non fine a se stessa, ma alla costruzione di un paese economicamente prospero e di un sistema sociale stabile ma dinamico. Dietro a tutto questo abbiamo trovato ambizione, quella che manca ai nostri giovani, quella che il Nobel per l’Economia Friedman chiama “ambition gap”, e cioè il motore che permette ai giovani indiani, cinesi e dell’Est di essere più produttivi, più dinamici e soprattutto più creativi. In Occidente, almeno da questa parte dell’Atlantico manca l’ambizione.
L’Ucraina si sta certamente avviando a diventare una democrazia solida, le basi ci sono, ma dobbiamo fare in modo che diventi anche una democrazia liberale, e non finisca come il nostro paese, ad essere cioè una democrazia traballante, e certamente non liberale. Dobbiamo operare affinché l’individuo sia libero e responsabile, lo stato sia garante e non padrone, e il mercato libero alla competizione e aperto alle opportunità per tutti. Oggi è ancora forte il rischio che siano gli oligarchi a prendere il sopravento, e a far passare un’economia oligopolista per un mercato libero.

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