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Frequenze radio elettriche: l’Italia bacchettata

Tv: un sistema di deregulation

Condannati dalla Corte di Giustizia europea per non aver rispettato le nostre leggi

di Davide Giacalone - 01 febbraio 2008

L’Italia è stata condannata, dalla Corte di Giustizia europea, per il modo in cui amministra, o, meglio, non amministra le frequenze radioelettriche utilizzate per le trasmissioni televisive. Credo sia una condanna meritata. La sentenza non ha fatto in tempo ad essere diffusa che già c’è chi s’è messo a strillare: hanno condannato Mediaset, hanno detto che Rete 4 deve chiudere. E questa è l’aggravante per cui meritiamo d’essere condannati: continuiamo a non governare e non risolvere i problemi fomentando la guerra civile dei telecomandi e tentando di piegare il diritto alla propaganda. Roba da fessi, visti anche i risultati. Le cose stanno in modo radicalmente diverso, e, per capire, è necessario un passo indietro. Le televisioni (e prima ancora le radio) private nascono senza una legge che le regoli non perché sono dei cattivoni, ma perché il mondo politico di allora (anni settanta), dai democristiani ai comunisti, sosteneva la bellezza, la positività e l’eternità del monopolio Rai. Una posizione sbagliata, contraria a libertà e pluralismo, che, mantenuta per troppo tempo, ha creato immensi guai. Quando i “pretori d’assalto” (e la definizione è inquietante in sé) chiusero le televisioni private tentarono la restaurazione di un monopolio che la realtà aveva, oramai, superato. Il guaio, allora e dopo, era il ritardo del legislatore.

Oggi siamo condannati perché quando si pose rimedio (nel 1990), con la prima legge in grado di regolare l’intero sistema ed assegnare le frequenze, non l’abbiamo poi rispettata. Non furono i privati a non rispettarla, fu lo Stato. A Bruxelles non hanno condannato questo o quell’editore, hanno condannato lo Stato. Come è potuto succedere? Semplice: la legge in questione era la Mammì, che Scalfari ringraziò pubblicamente per avere salvato “la Repubblica”, ed aveva il pregio di mettere ordine e regolarizzare l’uso delle frequenze, solo che la sinistra ed il suo braccio giudiziario si scatenarono per evitare una simile iattura, preferendo sostenere l’illegittimità stessa delle televisioni di Berlusconi. Quella legge fu affossata nel momento stesso in cui si criminalizzò il piano d’assegnazione delle frequenze, che, invece, si dimostrò non solo pulitissimo, ma lungimirante. L’innocenza e la pulizia furono dimostrate a babbo morto ed a piano affossato, esattamente come la sinistra aveva voluto. Come si poté, allora, amministrare il sistema senza l’assegnazione delle frequenze? Risposta: si rinunciò ad amministrarlo e si procedette con proroghe una dopo l’altra. Ed è questo che la Corte di Giustizia, giustamente, ci contesta. Prorogò la sinistra, con la legge Maccanico. Prorogò la destra, con la legge Gasparri. Ha prorogato, da ultimo, Prodi, con la legge finanziaria. Proroga dopo proroga si è ingessato il mercato, danneggiando gli interessi dei nuovi entranti, e, quindi, del pluralismo. Il caso di Europa 7, vincitrice della causa, è di solare demenza amministrativa: le si assegnò una concessione nazionale senza essere in grado di assegnarle frequenze che, appunto, non si era voluto pianificare. Come avere la concessione per uno stabilimento balneare, senza indicazione di dove si trova la spiaggia.

A scanso d’equivoci: il disegno di legge Gentiloni, che come scrivemmo non era destinato a diventare legge, non rimedia a nessuno di questi problemi. Prima o dopo qualcuno dovrà pure metterci mano, anche perché dopo tanti anni di propaganda alticcia e tafaziana abbiamo anche il record d’avere consegnato in monopolio la tecnologia capace di portare la maggiore quantità di contenuti, il satellite. Non vorrei, pertanto, che alla prossima causa europea l’avvocato dello Stato debba invocare l’infermità mentale.

Pubblicato da Libero

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