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Il progetto di Sarkozy e l'Italia

Tv pubblica senza pubblicità

La nostra Rai ci guadagnerebbe in qualità e perderebbe l'obbrobrio del canone.

di Davide Giacalone - 09 gennaio 2008

Teniamoci la televisione pubblica, dice il presidente francese, ma togliamole del tutto la pubblicità. Giusto. In Italia se ne parlò alla fine degli anni ottanta, ed in tal senso furono presentate proposte precise, ma l’allora responsabile comunista per l’informazione, Valter Veltroni, sentenziò: una televisione senza pubblicità non è una televisione, chi propone di toglierla alla Rai non conosce l’alfabeto della comunicazione. Eravamo solo anticipatori, mentre lui era, e lo dicevamo anche allora, un tenace conservatore del baraccone pubblico.

Quando Sarkozy non è impegnato a coltivare gli amori, con un ardore ed un esibizionismo adolescenziale, si conferma politico sparigliatore e di razza. Ma la sua proposta va oltre. Non finanziamo la televisione pubblica francese, dice, tassando i cittadini, ma imponendo un tributo sulla pubblicità che va agli altri mezzi di comunicazione e, in misura minore, sui nuovi media. Giusto pure questo, anche se vi comprenderei la telefonia mobile ma non l’accesso ad Internet, che sempre di più si configura come un diritto individuale e non come un consumo. La pubblicità liberata dalla televisione di Stato andrebbe ad arricchire il resto del mercato dell’informazione, che ben potrebbe permettersi di stornare una parte di quei soldi. In questo modo veramente si libererebbe una fetta dell’offerta televisiva dalla “dittatura dell’audience”, che ha trasformato la nostra Rai in una televisione interamente ed integralmente commerciale. Con l’aggravante d’essere lottizzata polticamente.

Gli italiani ci guadagnerebbero in qualità. Il mercato ci guadagnerebbe in maggiori risorse e libertà. E si cancellerebbe l’obbrobrio del canone, tassa sempre più irragionevole ed ingiusta, per giunta riscossa da un ufficio statale, dell’Agenzia delle entrate, intestato ad una società per azioni. Che è una sconcezza anche solo a dirsi. La via maestra resta, lo ripeto ancora, la privatizzazione, o, quanto meno, lo sbaraccamento di gran parte di una società statale che di culturale non ha proprio nulla, ma questo può essere comunque un passo in avanti. Allora, chi ci sta? Quanto è riformista questa sinistra e quanto ragiona d’interessi collettivi questa destra? Ecco un terreno sul quale misurare modernità, desiderio di moralizzazione e attenzione al mercato.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato da Libero di mercoledì 9 gennaio

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