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Pensiamoci. I problemi vanno affrontati

Tutti i nodi vengono al pettine

Attenzione. Siamo tra i “pigs”, zavorre d’Europa

di Enrico Cisnetto - 08 febbraio 2010

Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine. Per gli eccessi di debito pubblico di alcuni paesi europei sta succedendo ora – quando la crisi finanziaria e recessiva che li ha generati non è neppure del tutto finita – e in modo a dir poco preoccupante. La caduta delle Borse, proseguita ieri al termine di una settimana di passione, la repentina perdita dell’euro nel cambio con il dollaro dopo una lunga fase di iper-valutazione e il consistente aumento del differenziale di rendimento di molti titoli di Stato decennali rispetto agli omologhi bund tedeschi (Italia 93 punti base, Spagna 101, Irlanda 169, Grecia 359), sono i segnali più evidenti che il “nodo debito” sta venendo al pettine.

Ma anche che il “nodo Europa incompiuta” sta clamorosamente emergendo in tutta la sua gravità, sia per le difficoltà genetiche di un continente che ha 16 paesi con un’unica moneta ma non un unico governo e per di più si è dato istituzioni (deboli) comuni aggregandone altri undici, sia per l’ormai chiaro doppio passo che nell’eurozona tengono da un lato i paesi mediterranei, in grave difficoltà, e dall’altro i paesi settentrionali, molto più solidi (Olanda) e politicamente forti (Francia, Germania).

Cerchiamo di capire cosa è successo. Dall’estate 2007 a fine 2009 per fronteggiare la crisi finanziaria e bancaria prima e la recessione poi, i paesi europei hanno messo mano al portafoglio facendo debito. Il caso più macroscopico è quello irlandese: nel 2006 Dublino aveva un rapporto debito/pil del 25%, a fine 2009 il dato è balzato al 65,8%, con un incremento del 160%. La Spagna si è caricata di un 40% in più, arrivando ad un debito pari al 54,3% del pil.

Ma come si vede, siamo pur sempre a percentuali entro o poco sopra la soglia del 60% prevista dai parametri di Maastricht. Nel caso della Grecia e dell’Italia, l’aumento è stato più modesto, ma dato che si partiva da rapporti pari o superiori al 100%, arrivare rispettivamente al 112,6% e al 114,6% significa non solo essersi allontanati dai livelli che andavano raggiunti, ma muoversi in zona pericolo. Se a questo si aggiunge il fatto che alla Grecia è stato imputato di aver dato un’aggiustatina al bilancio dello Stato, con relativo crollo della sua credibilità sui mercati internazionali, che la Spagna e il Portogallo hanno un deficit corrente rispettivamente dell’11,4% e del 9,3%, e che la disoccupazione è esplosa quasi ovunque, salendo al 10% come media Eurolandia e toccando il 19,5% in Spagna (seconda solo alla Lettonia nella classifica di chi sta peggio), si capisce come non sia solo la speculazione quella che nelle Borse come sul mercato dei cambi ha agito in questi giorni di passione. Voglio dire che c’è del fondamento nel pessimismo degli operatori finanziari.

Perché ai semplici dati congiunturali, per costoro è stato inevitabile aggiungere qualche riflessione più strutturale, arrivando alla conclusione – ed è questo che pensano davvero i mercati – che la costruzione della moneta europea stia mostrando tutta la fragilità che alcuni (pochi, e chi scrive tra questi) avevano denunciato a suo tempo, prendendosi l’epiteto di euro-disfattisti. I mercati capiscono che il combinato disposto tra la ripresa che in Europa è più lenta e parziale che altrove e la disoccupazione che non è destinata a scendere, anzi – in Italia vedi il caso Fiat – impone agli Stati continentali, anche ai più indebitati, di continuare a spendere per sostenere il ciclo economico.

“Non è ancora tempo di exit strategy”, ha detto non a caso Strauss-Khan, il numero uno del Fondo Monetario. Ma questo pone alcuni paesi in grave difficoltà – tanto che gli inglesi, più bravi a bacchettare gli altri che a badare a se stessi, hanno coniato con un orrido gioco di parole l’acronimo pigs (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) per indicare le zavorre dell’euro – e fa correre alla moneta unica un rischio che potrebbe rivelarsi letale.

Perché la Bce non è preparata ad affrontare una crisi strutturale della propria moneta, e perché soprattutto non c’è un’autorità sovranazionale che sia davvero in grado di imporre ai governi nazionali le politiche necessarie a ridurre i livelli di debito pericolosi. E qui siamo al nodo dei nodi che viene al pettine: quello di aver concepito l’euro senza gli Stati Uniti d’Europa. Cioè senza un governo federale capace di imporre le scelte, anche impopolari, da fare. Oggi al massimo si fa moral suasion, si estraggono cartellini gialli e rossi, ma non ci sono sanzioni da comminare se non quella di espellere qualcuno dal club, rischiando però di compromettere il club stesso.

Naturalmente, speriamo che ciò non accada, anche perché l’Italia – pur avendo fatto bene a non peggiorare la già precaria condizione della propria finanza pubblica facendo deficit spending per fronteggiare la recessione – sarebbe inevitabilmente sul banco degli accusati. Anzi, voglio scommettere che non accadrà niente di irreparabile, e che nello stesso tempo la paura indurrà a rivedere molte cose nel “sistema euro”. Ma un pericolo non mi sento per nulla di escludere: la frattura tra nord e sud di Eurolandia.

Ora, che l’Europa fosse (ancor prima dell’euro) e sia franco-tedesca è cosa certa. Ma nel frattempo il solco che separa la triade Francia-Germania-Olanda dai paesi mediterranei si è allargato, e nella nuova articolazione che il mondo globale sta cercando dopo la “grande crisi” il pericolo è che il nord Europa forte superi la fase di ristrutturazione dei propri capitalismi, agganci bene la ripresa e si guadagni un posto al tavolo dei futuri grandi del mondo, mentre il sud ne esca a pezzi e marginalizzato. Pensiamoci, invece di dire che va tutto bene, perché i problemi non si esorcizzano.

Pubblicato da Liberal

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