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La protesta dei forconi

Tutti a casa

Alla favoletta della ripresa non crede nessuno. E oltre che in difficoltà, pure presi per i fondelli, gli italiani riempiono le piazze

di Enrico Cisnetto - 13 dicembre 2013

Ora che la piazza ribolle, si accorgeranno finalmente che razza di errore è stato aver raccontato che la crisi volge al termine, che si vede la luce in fondo al tunnel e che la ripresa è ormai in atto? Sono mesi che si è scelta la via dell’ostentazione di un ottimismo infondato. E non sarà certo l’aggiustamento indicato dall’Istat di un decimo di punto, da -0,1% a zero, dell’andamento del pil nel terzo trimestre, a rendere credibile l’idea che l’Italia abbia svoltato. Anche perché basterebbe considerare, tra i tanti indicatori negativi, il calo record dei prestiti alle imprese che si è registrato a ottobre (-4,9%, dato Bankitalia) per capire che senza investimenti – mancanza dovuta, tra l’altro, non alla scarsità di liquidità bancaria ma di domanda da parte delle imprese – non ci può essere alcuna ripartenza. O basterebbe compulsare l’ultima statistica sul pagamento delle fatture dei fornitori delle pubbliche amministrazioni, scoprendo che il 60% di esse (con punte oltre l’80% nella sanità) non vengono pagate se non con tempi doppi o tripli rispetto alle scadenze di 30-60 giorni imposte da Bruxelles e recepite da Roma. O, ancora, basterebbe prendere in considerazione il grido d’allarme, l’ennesimo, di Confindustria che parla di “disperazione” da parte delle imprese manifatturiere, specie di quelle dipendenti dalla sola domanda interna.

Insomma, la ripresa non c’è, o quantomeno non c’è ancora. Ma averne parlato come di una cosa acquisita, nel comprensibile ma errato tentativo di “tirar su” il morale del Paese, ha inevitabilmente creato la reazione, rabbiosa, di chi sta pagando ora le conseguenze della crisi e sentendosi dare una pacca sulla spalla mentre non trova ragioni di speranza, finisce col rivoltarsi. Sia chiaro, non mi sfuggono le diverse connotazioni della “piazza”: un miscuglio di disperati senza prospettive e di delinquenti (ultras calcistici inclusi), di arrabbiati genuini e di rivoltosi di mestiere (che magari viaggiano in Jaguar, come si è visto), di vessati dalle tasse che non ce la fanno a finire il mese e di evasori furbi che si sono fatti ricchi e che usano l’indignazione come scudo “fiscale”, di ceto medio fattosi povero e di middle-upper class che ha genericamente paura di diventarlo per il solo fatto che vede cambiati i paradigmi di un tempo. Contro i quali andrebbe comunque applicata la legge, sgombrando con fermezza caselli autostradali e stazioni ferroviarie. Così come non mi sfuggono i tanti cappelli politici, anche di opposti estremismi, che si tenta di appendere a questo “movimento”.

Ma con altrettanta nettezza non mi sfugge che è l’intestino dell’intero Paese a cui costoro danno voce. E non mi riferisco al caso delle forze dell’ordine che si sono tolte il casco, un episodio cui probabilmente concorrono fattori diversi, compreso anche una certa stanchezza della base verso vertici che continuano ad avere mano troppo morbida. No, qui parlo dei sentimenti di rabbia e di sfiducia, diffusi anche tra coloro che in piazza non scendono e non scenderanno mai. Quegli italiani, cioè, e sono la netta maggioranza, che al di là degli effetti reali che la crisi ha prodotto alla loro esistenza, si sono fatti l’idea che tutti i guasti derivino da una classe politica corrotta e da istituzioni inefficaci o inutili. Che credono che l’Europa sia una disgrazia e l’euro una fregatura, e che si sono convinti che la Germania sia ormai il totem del sopruso e della povertà altrui. Che non sono disposti ad accettare l’idea che, con la globalizzazione, i diritti degli emergenti possano mettere in discussione le certezze degli opulenti. Italiani che vivono di spesa pubblica e altri che non sopravvivono perché la spesa pubblica eccessiva toglie loro delle opportunità. Dipendenti pubblici che non producono e che, come nel caso dei tranvieri di Genova, non vogliono che la loro società pur fallita non sia privatizzata, che marciano insieme a operai di società private diventati disoccupati e a partite Iva che non riescono più a fatturare. Uniti, tutti uniti, dalla comune indignazione verso quei “porci di politici”, in un frullato in cui il “populismo & qualunquismo” di Grillo si unisce a quel sentimento di “smarrimento & infelicità” indicato dal Censis come il tratto psicologico prevalente dell’intera società.

Insomma, se di fronte a questa incertezza di presente e paura di futuro, la risposta politico-istituzionale è “state tranquilli che adesso passa”, peraltro accompagnata da mancanza di concretezza nel day-by-day e totale assenza di visione prospettica, non ci si può lamentare che le piazze si riempiono. E dopo l’errore di aver dato la risposta sbagliata, ora non si commetta anche quello di sbagliare analisi, sottovalutando la portata sistemica di queste manifestazioni. Anche se si fermassero qui – come mi auguro – rimarrebbero comunque la spia rossa accesa di un malessere sociale di cui la politica deve farsi carico giocando all’attacco. Cambiamenti radicali, per non dire rivoluzione.

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