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Public Policy

Abenomics e non solo

Tutte le lingue anti-crisi

Dalla politica espansiva del Giappone, alle scelte della Fed, fino al rigore recessivo europeo. Direzioni diverse, esiti opposti.

di Enrico Cisnetto - 17 gennaio 2014

La virtù sta (quasi sempre) nel mezzo e al settimo anno dallo scoppio della crisi è evidente che ogni estremizzazione ha le sue degenerazioni. Infatti, dopo il crack della Lehman Brothers nel 2008, ogni paese ha risposto alla crisi in modo diverso. E oggi si vedono i risultati: chi è stato bravo, chi coraggioso, e chi ha sbagliato tutto.

La Fed ha inondato di dollari il mercato americano e ora che l’obiettivo di riportare la disoccupazione al 6,5% è molto vicino, la neo governatrice, Janet Yellen, ha formalizzato l’inversione di rotta. Bisognerà ora capire come questo influirà sulla ripresa americana, che nell’ultimo trimestre ha comunque segnato un impressionante +4%. Performance da paese emergente, proprio laddove la crisi è nata ed esplosa. E sarà necessario capire quanto un paese tradizionalmente liberista riuscirà a convivere con un debito intorno al 100% del pil, quando l’autunno scorso con lo “shut down” si è rischiata la paralisi totale del governo federale. Ma intanto negli Usa l’economia cresce, la disoccupazione scende e la recessione post crisi finanziaria è un ricordo.

Simile, ma non del tutto, la situazione in Giappone, dove il premier Shinzo Abe ha creato l’Abenomics, una politica monetaria fortemente espansiva che, dopo 20 anni di deflazione e stagnazione, ha riportato l’alba della crescita sul Sol Levante. Nel 2013, con l’inflazione intorno al 2%, Tokyo ha registrato una crescita del pil del 2,5% e il valore della Borsa raddoppiato. Adesso, dopo aver pompato yen sul mercato, Abe si trova di fronte ad una grande sfida per rilanciare realmente il sistema economico: varare importanti riforme fiscali e de-regolanti, sempre però con lo sguardo rivolto ad un debito pubblico che è due volte e mezzo il pil. Ma almeno la strada del Giappone è segnata. Ed è quella della crescita.

A sua volta la Cina, neo-ufficializzata come prima potenza commerciale del pianeta dopo 30 anni di crescita senza eguali, per rispondere alla crisi nata nel 2008 ha abbracciato l’economia del debito, che da allora è triplicato e che, sommando quello pubblico a quello privato, sfiora il 215% del pil. Inoltre, per la rigidità del sistema bancario, si è sviluppato un sistema creditizio parallelo – un giro di “finanza ombra” che si stima intorno ai 3300 miliardi di dollari – scevro dal controllo politico ma senza i minimi vincoli di sicurezza. Ora il problema, come sostiene anche George Soros, è disinnescare la bomba. Ma c’è anche Mark Carney, il capo della Banca centrale del Regno Unito – altra protagonista di una politica monetaria espansiva – ad avvertire: “la crisi finanziaria delle nazioni avanzate è finita, ora il rischio viene dal sistema bancario dei paesi emergenti”. E anche Christine Lagarde (Fmi) sottolinea che la restrizione della base monetaria potrebbe frenare non solo i BRICS ma anche i più emergenti MIKT (Messico, Indonesia, South Korea, Turchia). Tuttavia si parla di rischi potenziali, e non di realtà consolidate, come è invece quella dell’Europa in stagnazione e a rischio deflazione.

Nel Vecchio Continente si è dimenticato il giuramento di Ippocrate che prima di tutto bisogna evitare di nuocere. Infatti, l’Europa è l’unica zona al mondo dove non c’è una vera e propria ripresa economica. Le politiche rigoriste adottate dall’eurozona hanno prodotto effetti oltremodo recessivi e aggravato la crisi, come dimostrato anche tempo fa dall’Fmi, istituzione non certo tifosa del deficit spending. Inoltre, lo stock di debito accumulato non potrà mai essere ridotto con la sola austerità: parola dell’IFO, think tank di Monaco custode dell’ortodossia monetarista e del rigorismo germanico. Mentre l’Fmi prevede nel 2014 una crescita mondiale del 3,2%, l’eurozona si fermerebbe poco sopra un misero 1%. Se anche gli eccessi propulsivi praticati dalle banche centrali hanno potenziali rischi, bisogna rilevare che è proprio grazie alla liquidità monetaria che le borse europee sono tornate sul livelli del 2011, che Wall Street ha guadagnato il 30% in un anno, che il commercio internazionale continua prosperare e che il rendimento dei titoli sovrani è in discesa. Insomma, nel mondo si è agito nella giusta direzione per fronteggiare la crisi, e ora si tratta di aggiustare pragmaticamente il tiro per il futuro. In Europa, invece, si tratta di invertire proprio la rotta, perché è certamente meglio preoccuparsi di eventuali malattie future ma evitare cancrene subito, piuttosto che morire per eccesso d’aspirina.

Ma, forse, anche in Europa le ideologie estremistiche stanno facendo il loro tempo. Il socialista Hollande, tra una scappatella e l’altra, s’impegna per tagli di spesa e deregulation (purché non si chiamino liberiste). La Spd potrebbe allontanare il governo Merkel dalla linea del rigore. Draghi è appena stato nominato “governatore dell’anno”, proprio per i “salvataggi nascosti” dei paesi indebitati. Insomma, dopo l’auto-evirazione praticata con politiche ultra-recessive, stiamo oggi qui a chiederci come invertire la rotta e agganciare la ripresa mondiale, domandandoci che razza di medico ci ha prescritto questa controproducente medicina. Certamente uno che non conosceva nè Aristotele, né Ippocrate. Dal quale, però, siamo stati in terapia per anni.

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