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Una manovra estiva “povera” ma buona

Tremonti- ter: un segnale incoraggiante

Facciamo ripartire gli investimenti con incisive politiche keynesiane

di Enrico Cisnetto - 29 giugno 2009

Tremonti: bene, bravo, bis. Anzi, ter. Forse l’entità della “manovra d’estate” varata ieri dal Consiglio dei ministri sarà considerata “povera” rispetto a quanto si fa ad altre latitudini – dove però la spada di Damocle del debito pubblico non è affilata come da noi, anche se lo sta diventando – ma quello che è certo è che si tratta di un segnale comunque incoraggiante. Soprattutto per quanto riguarda, appunto, quella che potremmo chiamare la riedizione della fortunata legge Tremonti che permette di detassare gli utili reinvestiti in azienda, già lanciata prima nel 1994 e poi nel 2001 dal ministro dell’Economia. Il decreto fiscale varato dal Governo prevede così la detassazione al 50% degli utili reinvestiti in “macchinari e apparecchiature” fino al 30 giugno 2010: un incentivo che darà una boccata di ossigeno quantomeno sul lato dell’offerta, incoraggiando le imprese italiane a spingere sul pedale dell’innovazione.

Cosa non trascurabile se si pensa che secondo l’ultimo rapporto Istat nell’ambito dell’indagine europea sull’innovazione nei paesi Ue (Cis - Community Innovation Survey) solo il 27% delle imprese in Italia, nel triennio 2004-2006, ha introdotto in azienda o sul mercato innovazioni di prodotto o processo. Con una percentuale che scende al di sotto del 25% nel caso delle Pmi, e con un trend generale in calo del 5% rispetto alle stesse rilevazioni 2004.

Sempre sul lato dell’offerta, altrettanto positivo è certamente anche l’affondo su una dei gap italici più pesanti, quello dei ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione. Nel decreto licenziato dal Consiglio dei ministri un intero articolo è dedicato a questo argomento, ed è previsto che entro il dicembre del 2009 le Pubbliche amministrazioni adottino «le opportune misure» per accelerare i pagamenti per gli appalti e le forniture senza oneri aggiuntivi per lo Stato.

Si tratta di un tentativo di arginare un fenomeno che pone lo Stato italiano come peggiore pagatore di tutti i Paesi Ue, come mostrano le ultime rilevazioni della Cgia di Mestre. Secondo la quale il costo dei ritardi per le aziende italiane vale 10 miliardi di euro all’anno, mentre i tempi di pagamento medi effettivi arrivano ad una media di 135 giorni, molto oltre i livelli di Francia (71 giorni), Regno Unito (48) e Germania (40). Si tratta di un’ennesima tassa sullo sviluppo: tassa odiosa, peraltro, e classista, perché penalizza le piccole e piccolissime imprese – quelle che stanno a valle nella filiera dei prodotti e dei servizi, costrette a chiudere e a licenziare – oltreché razzista, perché le percentuali sono molto più alte al sud e nelle isole che non al centro-nord.

Sempre sul lato “supply”, sono da salutare positivamente anche la decisione di rateizzare l’Iva per chi si adegua agli studi di settore, oltre ad altri meccanismi che facilitano il rapporto tra impresa e fisco. Così, se l’articolo 15 del decreto fiscale dedicato al potenziamento della riscossione prevede il rateo della tassa sul valore aggiunto, è anche contemplata una semplificazione delle verifiche reddituali come il riccometro (Isee).

Su tutti gli atti di liquidazione e riscossione di entrate erariali, inoltre, la firma autografa del responsabile dell’atto può essere sostituita da una semplice indicazione a stampa dello stesso soggetto. Piccoli meccanismi, che però semplificano la vita al contribuente tartassato, soprattutto con una pressione fiscale che – come ha segnalato qualche giorno fa il presidente della Confcommercio, Sangalli – arriverà quest’anno al 43,5% del pil.

Dovrebbero dare ossigeno sia ai “padroni” che ai lavoratori, poi, le misure formative per chi perde il lavoro: un modo in cui le imprese potranno non disperdere professionalità e capitale umano in attesa che il momento recessivo più duro sarà alle spalle. E anche l’aumento dell’integrazione salariale per i contratti di solidarietà, con un +20% previsto per il biennio 2009-2010, va nella giusta direzione di un aumento delle tutele “a tempo”.

Dal lato più squisitamente della domanda, invece, sono particolarmente apprezzabili, nella “manovra d’estate”, il “focus” sulla trasparenza bancaria (annullamento delle commissioni di massimo scoperto, razionalizzazione della “valuta” in bonifici e assegni), quello sui mutui immobiliari e ancor più sulla lotta all’evasione. Così, in un momento di mercato immobiliare stagnante – i dati Bankitalia-Tecnoborsa di ieri mostrano un calo del 2,4% delle transazioni nel primo trimestre dell’anno, e un -3,5% atteso per l’intero 2009 – potrebbe avere effetti positivi, quantomeno psicologici, la “scossa” provocata dalle norme sulla surroga dei mutui, con un risarcimento per il cliente se l’istituto erogante non agisce entro un mese.

Sul fronte dell’evasione, infine, il decreto prevede un giro di vite sui controlli, per dare attuazione alle direttive Ocse contro i cosiddetti “paradisi fiscali”. Lo scopo è quello di migliorare l’attuale insoddisfacente livello di trasparenza fiscale e di scambio di informazioni, incrementando la cooperazione amministrativa tra gli Stati. Si tratta decisamente di un passo avanti per dare attuazione a quel sistema di “legal standard” a cui mira lo stesso Tremonti e che era sorto faticosamente dal combinato disposto di esigenze diversissime al G20 finanziario londinese dell’aprile scorso.

Una normativa a cui a questo punto manca solo il relativo “penchant” di rientro dei capitali illeciti che dovrebbe arrivare nei prossimi mesi tramite il cosiddetto “scudo fiscale ter”. Tramite questo – e tramite una aliquota molto meno generosa rispetto alle altre due esperienze passate –potrebbero finalmente rientrare in circolo ben altre risorse da destinare all’economia, rispetto a quelle che sono attualmente consentite dalla coperta cortissima della finanza pubblica.

Risorse da spendere subito e bene, per far ripartire gli investimenti e tentare di uscire finalmente tramite incisive politiche keynesiane da quel decennio di “non crescita” 2001-2010 che anche gli ultimi dati Confcommercio hanno certificato per il Paese.

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