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Speriamo in un segnale d’incoraggiante lungimiranza

Tremonti game

Il vero problema è capire se l’esecutivo abbia una politica da proporre

di Davide Giacalone - 11 gennaio 2011

In Italia sembra sia realistico discutere la possibilità che la crisi sia finita, come se in Europa non si sia impegnati a stabilire come battere la speculazione sui debiti sovrani senza limitarsi ad arricchire gli speculatori.

Come se non esistesse la seguente notizia: il segretario del tesoro statunitense, Timothy Geithner, ha inviato una lettera al capogruppo democratico al Senato, Harry Reid, chiedendogli di sottoporre al Congresso una proposta di legge per alzare il tetto del debito pubblico che nei giorni scorsi ha toccato quota 14.000 miliardi di dollari.

Il limite attuale è di 14.300 e sarà raggiunto entro la fine del trimestre. Geithner avverte che c’è il rischio di default. Alla faccia della fine della crisi. Quindi ha ragione Giulio Tremonti. Il fatto che una dichiarazione oggettivamente scontata abbia trovato tanto spazio sui giornali si deve ad una questione del tutto diversa: siccome l’opposizione non ha leaders spendibili passa il tempo a cercarne nella maggioranza, sicché appare succosa l’idea di una profonda divaricazione fra il ministro dell’economia, impegnato a garantire la lesina, e i suoi colleghi, seguaci della spesa per la ripresa, o, magari, per riprendersi.

Anche in questo caso, se questi fossero i fronti, credo si dovrebbe stare dalla parte di Tremonti. Ma la faccenda è meno limpida e lineare di quel che molti vogliono farla apparire. Il problema non è spalleggiare questo o quello, nel governo, ma capire se l’esecutivo ha una politica da proporre, in tempi di crisi perdurante.

Certo, i seguaci del colore rosa hanno ragione nel sottolineare che gli anni (due) della recessione sono finiti, ma la ripresa è troppo lenta. Paul Krugman (premio Nobel per l’economia) sostiene che gli Stati Uniti, crescendo “solo” del 4% l’anno impiegherebbero troppo tempo per riassorbire la disoccupazione. Noi ce lo sogniamo, quel 4%! Ed è qui che il governo perde colpi: dove sono le riforme strutturali, dove la liberazione del mercato, dove la rivoluzione fiscale? Fin qui sono state approntate misure di oppressione fiscale, vale a dire di segno opposto.

A Tremonti piace la metafora dei videogiochi, dove ogni volta che sconfiggi un mostro ne compare un altro. Efficace e realistico. Ma neanche al gioco si vince barricandosi in casa o staccando la spina per risparmiare energia. Vista sotto questa luce, quindi, l’esistenza di un certo disagio verso l’onnipotenza tremontiana è giustificata.

Peccato, però, che neanche da altre parti giungano indicazioni spendibili su ricette diverse. Le chiacchiere fanno solo vento, ma se è vero che lo Stato deve essere partecipe della ripresa (non fosse altro perché il 52% del pil è dato dalla spesa pubblica) è anche vero che questo non può avvenire seguendo le vecchie ricette dell’indebitamento, perché abbiamo già spremuto il limone e i mercati non ce lo consentirebbero. Si devono battere altre strade che, però, non siano quelle, anch’esse vecchie, della fiscalità invasiva e autoritaria. Occorrono riforme di liberazione, prima ancora che liberali.

E allora? Allora potremo smetterla di leggere sempre tutto come fosse la premessa o il risultato di una tresca, e anziché appassionarci (c’è qualcuno che ci riesce?) alle lotte intestine potremmo concentrarci nell’ascolto di idee e proposte che non tradiscano i due sentimenti che vedo più diffusi: la paura del futuro e l’incapacità di abbandonare il passato. In fondo, gli operai di Pomigliano e Mirafiori ci sono riusciti, con realismo, e anche chi siede al governo potrebbe dare qualche segnale d’incoraggiante saggezza e lungimiranza.

Pubblicato da Libero

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