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L'editoriale di Società Aperta

Tre mosse necessarie

Dopo il voto (non decisivo)si dovrà seppellire la seconda Repubblica e ricominciare a tessere la tela della ricostruzione nazionale

di Enrico Cisnetto - 02 febbraio 2013

È ora di mettersi al lavoro per il “dopo elezioni”. Il risultato del voto, infatti, è ormai sufficientemente acquisito: la rimonta di Berlusconi non sovverte l’esito a favore del Pd alla Camera, ma la sinistra non ottiene la maggioranza al Senato, per cui saranno indispensabili i voti del centro montiano. L’incertezza, semmai, riguarda i termini dell’intesa tra Bersani e Monti, inevitabile ma non per questo facile da gestire, e gli equilibri che si potranno creare intorno a quell’asse, dal cui tasso di fragilità dipenderà la durata della legislatura. Sono i temi, per capirci, di cui il Presidente della Repubblica andrà a parlare negli Usa con Obama. Al quale interessa – non meno dei leader europei – che Monti continui ad essere, in un modo o nell’altro, un punto di riferimento, e che la sinistra più radicale abbia un ruolo marginale nel governo.

Ma il problema non è circoscritto solo all’alleanza politica che andrà costruita – cosa resa più complicata da una campagna elettorale che ha visto Bersani-Vendola e Monti-Casini-Fini su fronti contrapposti e combattenti – e alla distribuzione degli incarichi che dovrà seguire. Ancor più importante, infatti, sarà vedere se e come si potranno sciogliere alcuni nodi strutturali della politica italiana che, purtroppo, la campagna elettorale e il voto ci restituiranno intatti. Quali? Il primo e più importante riguarda il sistema politico. In che misura il nostro sarà ancora un bipolarismo? La nascita del governo Monti aveva prodotto una discontinuità che aveva fatto pensare – nel nostro caso sperare – che lo schema duale potesse lasciare il posto ad alleanze più vaste o che comunque le carte si potessero rimescolare. Ma l’arroccamento di Bersani nella modalità bipolare, scelta nella convinzione di avere già in tasca la vittoria elettorale, e il ritorno sulla scena di Berlusconi, dividente per definizione, hanno fatto fare al sistema politico molti passi indietro, tant’è che nessuno oggi pensa – ahinoi – che con il 25 febbraio nasca la Terza Repubblica. Certo, l’alleanza Bersani-Monti attenua la portata nuovamente bipolare della partita elettorale, ma solo un po’. Prima di tutto perché se sarà, l’accordo risulterà necessitato (dai numeri al Senato) e non voluto. E poi perché è difficile immaginare che durerà nel tempo, essendo un ticket poco più che momentaneo.

Inoltre, e qui siamo ad un secondo nodo decisivo, il binomio sarà fortemente influenzato dal modo in cui il trio Scelta Civica-Udc-Fli troverà o meno la via di una trasformazione da comitato elettorale a partito (unitario) vero e proprio. Se il Centro si consoliderà, la prospettiva risulterà più solida e duratura, ma se tutto rimanesse fragile come adesso o, peggio, se non si riuscisse neppure a tenere uniti in un solo gruppo parlamentare i tre tronconi da cui è costituito, allora anche il sistema politico franerebbe. Anche perché, ci sarebbe da fare i conti con un altro problema strutturale: la debolezza del centro-destra. Certo, Berlusconi ha risvegliato un morto, ma la sua influenza benefica sul Pdl non andrà oltre il voto. Un po’ per ragioni anagrafiche e personali del Cavaliere, e un po’ perché questo è sempre stato il suo limite: grandiose (per lui) campagne elettorale e poi il nulla. Se a questo si aggiunge il fatto che la Lega è destinata a staccarsi da lui un minuto dopo la chiusura delle urne – senza contare che le dinamiche interne al partito ora in mano a Maroni e Tosi potrebbero generare spaccature non emerse apertamente in questa fase elettorale – si capisce come la diaspora potrebbe facilmente essere il tema dominante a destra nei prossimi mesi. Con il Centro che sarà inevitabilmente tentato di andare ad occupare gli spazi che si andranno a liberare. E con soggetti oggi non presenti sulla scena elettorale che potrebbero essere tentati, a ragion veduta visto che i moderati rimarranno comunque maggioranza nel Paese, di occupare gli spazi che Berlusconi lascerà vuoti.

Vanno poi considerati altri quattro temi che saranno all’ordine del giorno dopo il voto. Primo: che farà Renzi? Troverà un accordo con Bersani (partito, governo) o vorrà tentare di giocare da solo quella partita dello scompaginatore e ricompositore del puzzle politico che – purtroppo – non ha giocato quando la partecipazione di Vendola alle primarie gliene offriva la possibilità? Secondo: di quale grana saranno i parlamentari che Grillo e Ingroia porteranno in parlamento? E quelle due forze rimarranno movimenti, destinati prima o poi a spegnersi, o in qualche modo si trasformeranno in partiti veri e propri? Se gli ultimi sondaggi sono fondati – noi abbiamo quelli di Swg – stiamo parlando di quasi 120 tra deputati e senatori per Cinque Stelle e di una ventina di deputati (niente senatori) per Rivoluzione Civile. Numeri importanti, che possono condizionare fortemente il lavoro delle camere, e dunque della legislatura. Terzo: i tanti rimasti fuori – da D’Alema a Veltroni, da Pisanu a Frattini – che partita giocheranno, considerato che sia da escludere un loro definitivo eclissarsi dalla politica nazionale? L’impressione è che molto di quello che vedremo passerà più fuori che dentro i canonici palazzi. E a proposito di altri “palazzi”, ecco la quarta e ultima questione: i poteri economici e finanziari, che cosa faranno? Si limiteranno, come sembra aver fatto in questi giorni la Confindustria, a trovare le modalità di una convivenza con il Pd e dunque con il futuro governo, oppure tenteranno – ammesso, e non concesso, che ne abbiano la forza – di sparigliare?

Per Società Aperta, in questo scenario così denso di incognite e ricco di fragilità, le priorità rimangono tre: superare una volta per tutte il bipolarismo malato della Seconda Repubblica; rivedere gli assetti istituzionali attraverso un processo costituente, o se si vuole ri-costituente, la cui riforma è condizione necessaria per aprire finalmente la stagione della Terza Repubblica; costruire il Pri-Partito Riformista Italiano, lo strumento attraverso cui realizzare le Grandi Riforme strutturali che assicurino il cambiamento politico, istituzionale ed economico-sociale di cui l’Italia ha inderogabilmente bisogno. Nessuna di queste tre essenziali cose è all’ordine del giorno delle elezioni, il cui esito non a caso non si preannuncia certo epocale. Ma subito dopo il voto gli uomini di buona volontà, dentro e fuori il parlamento, dovranno ricominciare a tessere la tela della ricostruzione nazionale.

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