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Public Policy

Chi e dove ascolta l’Italia reale?

Tre mondi sovrapposti

Non esiste uno straccio di politica che richiami alla realtà

di Davide Giacalone - 16 giugno 2011

Chi e dove ascolta l’Italia reale? La politica s’è andata trasformando in tifoseria. I referendum sono stati il plebiscito del rifiuto. Mancano i luoghi e le occasioni dell’ascolto, ove ci si sforza di capire, mentre anche le sedi istituzionali, come il Parlamento, diventano palchi da cui ciascuno parla alla propria fazione, aizzandola. Così procedendo la rabbia diventa cieca, incapace di distinguere, pronta a incanalarsi verso confluenze pericolose. Né ci si deve tranquillizzare osservando il normale scorrere della quotidianità, perché anche in quella c’è del marcio. Parliamo di giovani, e di precari. In un pomeriggio di giugno, in occasione di un convegno sull’innovazione, tre mondi si sono sovrapposti, senza che uno sia più reale dell’altro. Un gruppo di precari, o presunti tali, hanno fatto incursione nella sala, portando striscione e volantini. Volevano urlare le loro ragioni, ben lontane dal tema del convegno, ad un ministro presente. Il quale stava andando via e via è andato. Narrano le cronache che dopo c’è stato un tafferuglio, se non una scazzottata. C’ero, ne ero il bersaglio, pertanto posso dire che la cosa è ben più limitata: hanno fatto male ad una ragazza della segreteria, ferendola al polso (ed è un fatto grave, spero non intenzionale), ma, per il resto, gli spintoni non sono poi così gravi. Sono rimasto dov’ero. Dentro la sala il convegno riprendeva, collegandosi con tutta Italia, dove attendevano giovani innovatori pronti ad esporre le loro idee, le loro ambizioni, il loro modo di lavorare. Il filo conduttore, dopo ore di discussioni, è stato esemplare: vogliono essere valutati e vogliono che ci sia un mercato libero, nel quale sfidarsi. Niente piagnistei, nessun complesso d’inferiorità, consapevolezza delle proprie capacità. Problemi? Un miliardo. Da risolvere, però, non da incorniciare. Alle contestazioni ho reagito solo quando mi hanno suggerito di andare a lavorare. No, scusate, non credo abbiate idea di quanto lavoro. Parliamone. Impossibile, perché urlavano, per giunta in diversi. Se cominciavi a rispondere a uno attaccava a inveire l’altro. Può darsi siano politicamente orientati, magari organizzati, magari provocatori. Che ne so? Ma la domanda vera è: hanno ragione o torto? Che i giovani siano largamente fuori dal mercato del lavoro è vero. Che i lavoratori a tempo determinato siano gli unici sui quali si scarica la necessaria flessibilità, anche. Che nonni, padri e zii abbiano pensato a sé stessi e se ne siano fregati di loro, è un fatto. Non ricordo quante migliaia di volte lo abbiamo scritto. Ma loro non lo sanno. Loro sono solo arrabbiati, schiumano e hanno bisogno di trovare un nemico, un colpevole. Se nessuno parla loro, va a finire male. Quel giorno non è stato possibile, ma a me la cosa interessa. Capire viene prima di tutto, e capire non significa approvare. Se chiedono d’essere assunti tutti, come si faceva un tempo, hanno torto. Non si può. Se chiedono di subire meno carico fiscale e previdenziale, quando lavorano, hanno ragione. Ma cosa chiedono non lo si saprà mai, se non si trova il modo di parlarsi. E se non si trova finisce male. Tre mondi, quindi: il primo, quello dei giovani che sperano d’essere nella California mediterranea; il secondo, quello di quanti si sentono abbandonati e si ritrovano ciecamente arrabbiati; il terzo è decisamente il più affollato e lo abbiamo trovato appena all’uscita della sala, in ore oramai serali: musica, cocktail e buona compagnia, per consumare reddito che non si è prodotto. Intorno a tutti non uno straccio di politica che richiami alla realtà e parli il linguaggio delle compatibilità. Davide Giacalone www.davidegiacalone.it Pubblicato da Libero

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario