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Il vuoto della sinistra oltre ogni limite

Tre discorsi a-programmatici

Quel che colpisce non è il linguaggio, ma l’assenza di politica

di Davide Giacalone - 13 ottobre 2009

Il vuoto ha superato la mia immaginazione. I tre candidati alla guida della sinistra si sono presentati ciascuno con un progetto per sé stesso, nessuno con qualche cosa che riguardi la collettività. Ad ascoltarli un pubblico di militanti senza più il senso della militanza, privi di bussola politica. Al punto da tributare un applauso trionfale non a chi è soggetto buono per vincere, ma a chi è stato oggetto di una battutaccia berlusconiana.

Dopo di che, poste le premesse del nulla, sono passati all’insulto fra compagni. Massimo D’Alema ha serenamente dato dello stupido a chi lo critica, riferendosi ad un Dario Franceschini che ha anche accusato di farlo al solo scopo di essere ripreso dai giornali. Che è come sostenere: non hai talmente niente da dire che, per potere vedere la tua foto sui giornali, sei costretto ad attaccare me o insultare il presidente del Consiglio. Il citato Franceschini, del resto, non s’è fatta sfuggire l’occasione ed ha subito replicato, dando sprezzantemente del “fantastico” al compagno Massimo. “Compagno” lo aggiungo io, perché ieri D’Alema s’è lasciato andare alla ricorrente sincerità, ricordando con rammarico e nostalgia il vecchio, sano e grande Partito Comunista. Quello sì, ha detto, che era un partito serio. Ed è vero, solo che era anche un partito di comunisti, lui compreso, ovvero di gente schierata con la dittatura e mantenuta con soldi sporchi di sangue. Così, tanto per ricordare un dettaglio.

In questo scambio di cortesie, comunque, quel che colpisce non è il linguaggio, ma l’assenza di politica. Si sbertucciano ed accapigliano per sostenere due diverse direzioni del partito, ma dimenticano di dar corpo a due diversi programmi, a due diverse linee politiche. Tutta la polemica sta nelle alleanze. Tattica minuta, in assenza di strategia. Normalmente, in politica, il problema consiste nell’accertare se alle parole dette corrisponde coerenza di comportamenti e capacità di realizzazione. Qui la questione è risolta in anticipo, perché le parole sono solo suoni. C’è chi chiede di essere duri, chi di tornare alla coalizione di tutti gli antiberlusconiani, chi di sentire sempre la base (eterno rifugio dei vertici fasulli). Economia, giustizia, ordine pubblico, lavoro, tutto s’eclissa, tutto sparisce, accecati da un Berlusconi che è unica fonte della loro identità. Si può assistere all’inabissamento della sinistra con indifferenza, o, magari, soddisfazione. Se lo meritano. Non è saggio, però.

In una società complessa, le pressioni degli interessi diversi si scaricano sulla politica. In un sistema democratico, gli interessi che oggi soccombono, o si sentono minacciati, si rivolgono verso l’opposizione, in modo da influenzarla, cambiarla ed utilizzarla. Se l’opposizione implode nel vuoto mentale, se ha un passato di cui vergognarsi ed un futuro impossibile da descriversi, non per questo vengono meno gli interessi.

Questi ultimi, allora, cercano di trovare rappresentanza e rappresentazione nella maggioranza, ovvero in quel che resta della politica. Da noi capita che l’opposizione sia stata monopolizzata da pochi interessi, i cui strumenti di pressione, i “giornali-partito”, sono assai più forti del pur grosso partito politico. Gli interessi diversi, quindi, guardano altrove. Ne consegue che la maggioranza parlamentare si fraziona in referenti di questo e di quello, dovendosi comprendere anche gli ambienti internazionali che non rinunciano a far affari dalle nostre parti.

Ciò dimostra che una buona opposizione rende migliore il governo. Non si può giocare bene a tennis, se l’altro non regge la racchetta. Ma suggerisce, anche, il pericolo contenuto in uno scontro politico che tenta di prescindere dal risultato elettorale, sovvertendo gli equilibri interni al gruppo dei vincitori. Per questo i tre discorsi a-programmatici mi hanno impressionato, giacché sono il riflesso di un’incapacità politica che non si esaurirà certo con la messa in scena delle primarie, ed è la dimostrazione di quanto la politica, nel suo insieme, non sia consapevole del proprio ruolo. Giochicchia, s’insulta, vaneggia su un Paese di vetro, che sembra solido, ma basta un chiodo a mandarlo in mille pezzi.

Pubblicato da Libero

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