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Ieri la decisione dell'Ue sui nostri conti

Tra "raccomandazioni" ed elezioni

Le imposizioni di Bruxelles condizioneranno i prossimi due anni di vita politica del Paese

di Enrico Cisnetto - 30 giugno 2005

Pudicamente le chiamano raccomandazioni, ma in realtà si tratta di vere e proprie imposizioni. Con tanto di minaccia in caso di inadempimento. Vale la pena leggere con quali parole ieri il commissario europeo agli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia, si è per così dire «raccomandato» che l'Italia rientri entro il tetto del 3% del rapporto deficit-Pil entro il 2007: «Non considero ciò che potrebbe accadere se l'Italia non rispetterà gli obiettivi di riduzione del deficit. Se c'è una cosa di cui non ho paura sono le elezioni: non otterranno nulla da me con la minaccia delle elezioni, assolutamente. E' vero che a ridosso delle elezioni è difficile adottare certe decisioni, ma è altrettanto vero che, subito dopo, qualsiasi governo eletto sarà sostenuto dall'elettorato per poter fare ciò che quello precedente non aveva potuto fare».
Seguono cinque tra «suggerimenti» e «concessioni» per come centrare l'obiettivo: niente manovra aggiuntiva per i conti 2005, ma evitare di andare troppo oltre il 4%; riduzione strutturale del deficit dell'1,6%, metà nel 2006 e metà l'anno dopo; vietato l'uso di qualsiasi una-tantum; ridurre sensibilmente il debito, non solo e non tanto facendo cassa ma soprattutto producendo surplus primario (entrate maggiori delle uscite al netto degli interessi sul debito stesso); rilanciare la competitività per uscire dalla recessione, ma senza fare deficit.
Ora, non tragga in inganno il lettore il mio fastidio per questo ruvido trattamento che la Ue ci riserva: essere sostanzialmente commissariati – perché di questo si tratta – fa girare le scatole, ma è assolutamente legittimo e per molti versi necessario. Io stesso nei giorni scorsi ho suggerito al ministro Siniscalco di andare a Bruxelles a scrivere il Dpef e l'ossatura della prossima Finanziaria, perché l'Italia non è in condizioni di reggere uno scontro con la Commissione e, per suo tramite, con il resto d'Europa. Si (ri)comincia a parlare di «rischio Italia» in Eurolandia, e con qualche ragione se si pensa a questi fatti oggettivi: contiamo il 16% del Pil complessivo dei dodici Paesi dell'euro, ma ben il 26% del debito; siamo l'unico Paese che ha sforato i tetti dei parametri europei ed è contemporaneamente in recessione (Francia e Germania hanno fatto deficit per spingere rispettivamente i consumi e l'export). Se poi ci aggiungiamo che andiamo verso elezioni in cui i candidati premier sono Berlusconi e Prodi, cioè due leader che, pur per motivi diversi, sono invisi a tutte le cancellerie del Vecchio Continente, ecco spiegata la tentazione di metterci sotto tutela, o addirittura di buttarci fuori.
Naturalmente, delle decisioni di Almunia il governo ha visto la parte piena del bicchiere – i due anni di proroga per il rientro sotto il 3% e lo sconto sulla manovra bis – mentre l'opposizione non ha mancato di sottolineare lo stato fallimentare dei nostri conti pubblici. Eppure, a pensarci bene, Bruxelles ha proprio legato le sorti dei due poli – non so se volutamente, ma certo efficacemente – quando ha diviso a metà tra il 2006 e il 2007 il peso della manovra di rientro che ci ha «raccomandato» di fare. Il che significa l'ultima Finanziaria di questa legislatura (quella che dovrà essere varata in autunno e che dopo l'accordo raggiunto con la Commissione europea converrebbe, a governo e Paese, anticipare prima delle vacanze o al massimo ai primi di settembre) e la prima della prossima. Ora, se sappiamo chi farà questa (il centrodestra), non ci è dato conoscere a chi toccherà l'onere della successiva, ma sappiamo che in entrambi i casi i binari entro cui muoversi, pena la rottura con la Ue, sono già stati tracciati. E allora, tanto varrebbe mettersi intorno ad un tavolo e concordare una strategia comune, dividendosi anche i (presunti) oneri elettorali. Perché il centrodestra dovrà pur fare una Finanziaria «seria» – come l'ha definita con involontaria comicità il ministro Siniscalco (perché le altre non lo erano? E' come il detersivo «nuova formula» che lava più bianco, e ti lascia il dubbio se ti stanno prendendo in giro ora o se ti hanno fatto fesso prima) – e il centrosinistra che spera e pensa di vincere dovrà fare altrettanto l'anno prossimo (Diliberto, campione della sinistra radicale, se n'è accorto e ha messo subito le mani avanti).
Dico di più: se pure l'attuale governo dovesse pensare di cavarsela con una Finanziaria scritta solo sulla carta, per esempio riducendo l'Irap facendo ricorso a immaginifici tagli agli sprechi (perché solo ora?) e altrettanto ipotetiche riemersioni del sommerso (finora fallite), facendo conto che tanto la verifica contabile del suo esito ci sarebbe solo dopo le elezioni e scaricando sulla Finanziaria 2007 tutti gli oneri, dimostrerebbe o di non credere alla vittoria alle Politiche o di essere autolesionista nel caso bissasse il 2001. Insomma, tutto farebbe pensare che o Berlusconi e Prodi trasformano il loro attuale asse politico virtuale (entrambi vogliono l'altro come candidato e non vogliono rotture dei rispettivi poli) in un patto di legislatura (chiunque vinca si deve fare questo e quello...) oppure sono i leader outsider di centrodestra (Follini, Casini, Fini, De Michelis) e di centrosinistra (Rutelli, Mastella, Boselli) che prendono il coraggio a due mani di fronte all'immane disastro che ci aspetta. Almunia, aiutaci tu.
Pubblicato sulla Sicilia del 30 giugno 2005

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