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Il Vecchio Continente rivoluzioni se stesso

Tra crisi europea e Grosse Koalition

Comune denominatore per disordini a Parigi, proteste contro la Tav e aperture di Tremonti

di Enrico Cisnetto - 08 novembre 2005

C’è una relazione molto più concreta di quanto non appaia tra la ribellione degli emarginati francesi, l’ostracismo italiano ad un’infrastruttura fondamentale come l’alta velocità ferroviaria Lione-Torino e la proposta del ministro Tremonti di esplorare i termini possibili di una Grande Coalizione sul modello di quella tedesca. Il denominatore comune è la crisi strutturale dell’Europa. Vediamo di capire perché.

La ribellione nelle banlieue parigine segnala che esiste un problema epocale irrisolto relativo ai processi di integrazione dell’immigrazione. Finora ci si è domandati – in Italia con il solito ping-pong polemico – quanto questo fenomeno sia esportabile in Europa, e se il “caso Bologna” potesse avere una qualche parentela. Il tema è ovviamente legittimo, e tra l’altro pone in evidenza come non esista una politica comunitaria di fronte ad una questione centrale della vita del continente più vecchio del mondo (per età media) e ormai del tutto disabituato a fare lavori meno che gradevoli. Ma il pericolo è anche un altro: cosa succederebbe se le tensioni sociali si trasferissero all’area delle nuove povertà europee, ciò di quei ceti medio-bassi che stanno scivolando lungo la scala sociale verso posizioni più marginali? In quel caso non saremmo più di fronte ad un fenomeno di immigrati che si ribellano – peraltro quelli di Parigi sono di seconda generazione, e quindi francesi a tutti gli effetti – ma di cittadini dei vari paesi europei che pagano per primi il prezzo della marginalizzazione dell’Europa in quella che una volta veniva definita la “divisione internazionale del lavoro”.

Non si tratta di un’ipotesi così remota, visto che in Germania la (giusta) politica di Schroeder che ha privilegiato la delocalizzazione delle attività produttive più mature per ridare competitività al suo export, ha prodotto 5 milioni di disoccupati che incidono troppo su un welfare già molto pesante per poter essere sopportati a lungo, o visto che in Italia l’effetto euro ha creato un esercito di famiglie con il problema della “quarta settimana”, per ora alleviato da un monte risparmi accumulato nel passato cui si può attingere. Insomma, l’Europa ha perso (finora) sia la sfida della competizione globale sia la scommessa della rivoluzione tecnologica, a favore del nuovo asse Asia-Usa intorno a cui gira il mondo. E se a questo aggiungiamo che nel giro di breve tempo l’età media degli europei sarà intorno ai 60 anni, mentre quella della popolazione mondiale sarà di 25, si capisce come o il Vecchio Continente (mai soprannome fu così appropriato) avvia un processo di radicale trasformazione di se stesso – nuovo modello di sviluppo, nuovo capitalismo, nuovo stato sociale – o non saranno più solo i ghetti a bruciare.

In questo quadro, va considerato come decisivo il problema del consenso che occorre per mettere in atto il cambiamento. Il “pareggio” in Germania, che ha generato il governo Merkel, come il no francese e olandese al trattato costituzionale europeo, ma anche le spinte localistiche delle aree più ricche del continente e il fondamentalismo tutto italiano contro la modernizzazione infrastrutturale (di cui il caso della Tav è solo l’ultimo degli episodi, basterebbe ricordare la guerra “verde” al raddoppio della Bologna-Firenze), sono tutti segnali di un malessere che attraversa le opinioni pubbliche, preoccupate di perdere il benessere figlio del binomio “sviluppo + welfare” generato nel dopoguerra. Ma se le trasformazioni epocali (molto più di quelle che normalmente chiamiamo riforme) che occorrono in Europa, richiedono un consenso molto vasto – non fosse altro perché non sono a costo zero e devono fronteggiare lo spirito conservativo, degli interessi come dei diritti acquisiti, di un po’ tutti i ceti – ecco che la provocazione di Tremonti sulla possibile importazione dalla Germania della Grosse Koalition assume un sapore ben diverso dalle banali critiche che l’hanno accompagnata. Tremonti ha avuto il coraggio di infrangere un tabù nell’Italia che si è innamorata del bipolarismo senza rendersi conto che non ha evitato al Paese un declino assai pericoloso. Oggi le urne fanno premio sui problemi reali, ma subito dopo le elezioni questo ragionamento verrà utilissimo. Specie se, come purtroppo appare probabile, l’Europa continuerà ad essere quella delle periferie che bruciano e della borghesia che ha paura del futuro.

Pubblicato sul Messaggero dell’8 novembre 2005

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario