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Public Policy

Enti locali e errata allocazione di risorse

TPS e il federalismo sprecone

Nel Libro Verde del ministero dell’Economia analisi perfette. Ma ora ci vogliono i fatti.

di Enrico Cisnetto - 10 settembre 2007

Sempre più piccoli, sempre più spreconi. Del Libro Verde sulla spesa pubblica presentato nei giorni scorsi dal ministro Padoa-Schioppa, la parte politicamente più rilevante è il capitolo dedicato ai comuni. Che costituisce una case history esemplare di cosa non funziona negli enti locali italiani, o più in generale, di come sia fallito il progetto del decentramento federalista.

Per esempio, i nostri 8.100 municipi hanno una spesa pro-capite media pari a 770 euro – 840 nelle regioni a statuto speciale – con picchi di 1055. Ma, invece di mantenere un andamento progressivo man mano che la popolazione aumenta, questa spesa segue un andamento a U: è alta nei piccoli comuni, molto ridotta in quelli di medie dimensioni e torna in crescita nelle grandi realtà. Il motivo di questa sperequazione risiede nelle cosiddette diseconomie di scala che i municipi incontrano nell’avviare e nel mantenere efficienti quei servizi di cui le comunità hanno bisogno. Uffici come l’anagrafe, l’assistenza sociale, i trasporti locali, l’igiene pubblica: tutti servizi che ciascun piccolo comune tiene per sé, invece di sfruttare le sinergie che deriverebbero dal gestirli in associazione con gli altri limitrofi. Poi c’è la spesa per il personale, in media un terzo del totale, che è più elevata al Sud – in Calabria e in Campania arriva al 37%, contro il 29% della Lombardia – senza però che ai maggiori esborsi corrisponda un livello qualitativo consono. Anche qui, la motivazione non può essere che una: la macchina organizzativa delle varie amministrazioni è inefficiente, e alloca male la risorsa-lavoro senza riuscire a tradurre il maggiore impiego in migliore qualità, come sarebbe normale che fosse. Quei leghisti che oggi parlano a sproposito di rivolta fiscale dovrebbero riflettere su un dato: dal 1995 al 2006, mentre le tasse nazionali al netto dell’inflazione sono aumentate del 12%, quelle locali sono passate da 37,6 a 95,9 miliardi di euro, con un incremento del 111%. E quel che più conta, prima rappresentavano l’11% del totale, ora esattamente il doppio.

Questi numeri dimostrano una cosa ben precisa: che il costo dei nostri pletorici enti locali è diventato ormai insostenibile. Perché, oltre ai comuni, manteniamo in vita istituzioni come le province (costo complessivo 17 miliardi) e le comunità montane (2,2 miliardi), mentre ci ritroviamo con un numero di regioni (20) doppio rispetto al necessario. E una possibile riforma non può andare nella direzione di “asciugare” di competenze l’impianto istituzionale nazionale per permettere il decentramento a livello di fisco e di servizi. In primo luogo perché proprio il Libro Verde dimostra che le inefficienze maggiori si riscontrano in massima parte nel sistema degli enti locali, e in secondo luogo perché questo accentuerebbe ancora di più il deficit decisionale di cui già oggi il “localismo del no” è gravemente responsabile. Accorpare i comuni, fondere le regioni per ottenere qualcosa di simile ai Laender tedeschi, e abolire le province: una semplificazione del genere comporterebbe risparmi di un centinaio di miliardi (due volte e mezzo la Finanziaria dell’anno scorso). Nel suo dossier, Padoa-Schioppa cita il motto di Einaudi “conoscere per deliberare”, intendendo che senza studiarli i problemi non si risolvono. Bene, ministro: abbiamo che abbiamo conosciuto, quando si delibera?

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