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Public Policy

Dopo l’analisi dell’<i>Economist</i> - 1

Torniamo alla meritocrazia

Occorre spezzare il circolo vizioso degli “incarichi agli amici”. E riscoprire la politica

di Antonio Gesualdi - 28 novembre 2005

E" "finita la Dolce Vita": ma ce lo devono dire gli altri? Non ce ne accorgiamo da soli? Siamo un paese di vecchi, di analfabeti e semi-analfabeti e ce lo ripete l"Istat, ma sui nostri quotidiani nazionali si interessano di più alle montature degli occhiali di Chirac o ai vestitini della Moratti. Vivacchiamo di evasione e condoni fiscali e di lavoro nero, siamo pieni di telefonini, che mentre parli con uno lo molli per rispondere ad un altro, ma non abbiamo un"industria, una, che produca telefonini. Tra l"altro questa commedia non piace più a nessuno. Una volta uno come Apicella cantava quattro canzoni napoletane e ci si faceva una bella mangiata alla romagnola e via. Adesso questa roba è diventata solo rumore e i romagnoli hanno il più alto tasso di morte per tumore all"apparato gastro-intestinale. E spendono più di tutti gli altri italiani in medicine e aziende sanitarie. Le nostre imprese sono talmente competitive che siamo appena un gradino sopra il Botswana. Gli studenti dai quali carpisco le chiacchiere ogni mattina si sprecano nelle valutazioni di come gestire i crediti formativi, copiare gli appunti, compiacere i caratteri stranissimi dei professori e gestire gli esami al minimo. E se fate un giro tra i siti delle università italiane trovate nelle home tutta la modulistica, la sindacalistica, la gestionistica, la docentistica, ma manco una riga sulle ricerche, sui progetti. Anzi certi siti sono inaccessibili. Le università francesi e americane in prima pagina mettono i risultati dei programmi di ricerca che si stanno facendo.

Insomma concordiamo pienamente con The Economist ma Società Aperta queste cose le dice e le scrive da anni. E l"allarme demografico l"abbiamo continuamente ribadito. Quanto a Berlusconi sarà pur vero che è "unfit", inadatto, ma è buona parte della classe dirigente da considerare "unfit". Non vorremmo, ora, credere che è tutta colpa di Berlusconi: dal declino demografico al declino industriale?

Il fatto è che quasi tutti hanno creduto, per anni, che il ministro della Salute dovesse farlo un medico (e perché non un malato?) e che il ministro dell"Economia dovesse farlo un economista (e perché no un buon padre di famiglia?) o che il Presidente del Consiglio, perché un bravo imprenditore, potesse diventare anche un bravo Capo di governo. E guardate che la questione non riguarda solo Berlusconi, a discesa abbiamo esempi madornali di malgoverno di imprenditori-sindaci, economisti-assessori, dottori-direttori di Usl eccetera eccetera. Perché uno che studia medicina per 30 anni, poi svolge la professione di medico per altri 25, a un certo punto dovrebbe sapere di budget, di bilanci pubblici e di gestione del personale?

Tutto questo è stato un altro degli equivoci della Seconda Repubblica. La politica non è tecnica di una determinata professione, ma visione, mentalità. Quando l"Economist, ma non solo, ci fa notare che pure i piccoli commercianti, i tassisti, le cooperative, le farmacie, i notai, gli artigiani tendono a vivere in mondi protetti sta parlando della nostra mentalità non di economia. Dunque è da lì che bisogna ricominciare. Non ci deve essere più l"esimio professore (professore di che, poi, se le nostre università sono allo sfacelo) o il grande imprenditore (imprenditore di che, poi, se le nostre imprese non stanno più sui mercati internazionali - e sia detto per inciso Berlusconi ha costruito un"impresa che non contempla il mercato internazionale!) o il noto radiologo (radiologo di che, poi, se per farsi un esame un italiano deve aspettare 6 mesi). Oggi servono politici preparati - percorsi di selezione della classe dirigente - ma non li troveremo, come ci suggeriscono da fuori, se prima non demoliamo "la tendenza culturale a creare mercati protetti e a cercare favori tramite amicizie nello Stato". E molta classe dirigente è diventata tale non per meriti professionali, o per impegno politico, ma appunto per "amicizie" come scrive l"Economist. E" un circolo vizioso che va spezzato da quelli che di questa commedia ne hanno piene le tasche.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario