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Nuove forme di imposizione fiscale

Torna in scena la “Tobin – tax”

Per riformare il sistema finanziario, è necessaria di un’ opera organica, tempestiva , efficace e trasparente

di Angelo De Mattia - 22 aprile 2010

Dopo un lungo periodo in cui si è discusso, tra gli Stati, della possibilità dell’introduzione della Tobin – tax sulle transazioni finanziarie, da alcuni sostenuta nonostante le enormi difficoltà di applicazione di una imposta del genere, da altri, invece, avversata contrapponendovi la proposta di ricorrere ad altri strumenti di intervento sulle banche in conseguenza dell’esperienza della crisi globale, Germania, Inghilterra e Francia si sono orientate verso la previsione di una nuova tassa sugli istituti di credito, pur non concordando su quali attività applicarla e su quale destinazione dare al relativo gettito.

Forse anche per questa indeterminatezza e magari pure per la prossimità di alcune scadenze elettorali che rendono meno agevole la trattazione della materia fiscale, dopo un po’, della nuova tassa non si era più sentito parlare. Tuttavia, l’Ecofin informale di Madrid dello scorso fine settimana ha affrontato questo argomento con l’intento di giungere a una posizione europea unitaria da esternare nei previsti vertici internazionali, ma la disamina si è conclusa con un nulla di fatto, essendosi dovuto constatare la netta discordanza di vedute tra i partecipanti alla riunione, che pure si preannunciava di grande interesse sotto questo profilo, considerata la posizione della Commissione Ue che metaforicamente aveva sottolineato il principio secondo il quale “chi inquina, paga”. Una nuova tassa bancaria è prevista, però, anche dalla riforma Obama che più propriamente la presenta come una “ fee”, per sottolinearne l’aspetto della contribuzione alla stabilità.

Il riemergere soprattutto in alcune grandi banche internazionali di consistenti profitti e la ripresa, in diverse di queste banche, della pratica dei consistenti bonus ai manager ha diffusamente riproposto – se si vuole, anche con venature populistiche – la necessità, quanto meno in mancanza di altro, di pensare a nuove forme di imposizione fiscale. Spesso, la nuova tassazione ha finito con il coincidere con la tassazione dei trattamenti variabili dei manager, in alcuni Stati già oggetto di limitazioni.

Questo approccio complessivo si è accentuato negli ultimi giorni, quando si è verificato il grave caso della Goldman Sachs alla quale si imputerebbe un comportamento pesantemente scorretto, secondo alcuni integrante l’ipotesi della truffa, nel collocamento di prodotti strutturati e nel parallelo scommettere contro di essi. Un comportamento che, però, viene negato dalla banca d’affari.

Ma, sempre in questi giorni, il Fondo monetario internazionale, in occasione degli imminenti incontri di primavera a Washington, si accinge a sottoporre alle decisioni del G.20, come da mandato ricevuto a Pittsburg, uno studio che propone l’introduzione di due nuove tasse sugli istituti di credito: una, che sarebbe propriamente un contributo per la stabilità finanziaria e sarebbe destinata a concorrere agli oneri dei salvataggi bancari che si dovessero rendere necessari in futuro, nei casi di crisi; verrebbe determinata, come vogliono alcune notizie, in cifra fissa, ma potrebbe crescere in relazione al rischio sistemico che può essere connesso a singoli istituti. L’altra, che sarebbe applicata sulle attività finanziarie, avrebbe lo scopo di scoraggiare l’assunzione di rischi eccessivi.

In questi mesi di lenta, e asimmetrica, uscita dalla crisi, mentre è proseguito intensamente il lavoro del Financial Stability Board, ad opera dei principali Paesi sono state proposte le più disparate misure sulle aziende di credito per limitarne l’esposizione ai rischi e per indurle alla precostituzione di fondi ai quali ricorrere, senza pesare sul bilancio pubblico, nei casi di dissesti di singoli istituti o sistemici. Da parte dei proponenti, però, non vi è stato finora mai un momento nel quale si facesse il punto su questo complesso di provvedimenti normativi, di regolamentazione di vigilanza o fiscali per valutarne globalmente il carico sull’operatività delle aziende di credito e la loro efficacia in relazione alle finalità perseguite, senza peraltro giungere a “ tosare definitivamente la pecora”, con tutte le conseguenze sui prenditori di credito e sui risparmiatori.

Nuove ipotesi di tassazione non potrebbero, comunque, che essere tendenzialmente uniformi per prevenire arbitraggi normativi. Ma questa prevalente omogeneità – quanto meno a livello dei paesi del G.20 – dovrebbe poi fare i conti non solo con i differenti regimi fiscali, ma anche con i diversi regimi regolamentari. Di qui si torna alla questione centrale che deve meglio essere esaminata. E cioè, per la tutela della stabilità, per la sana e prudente gestione, per la prevenzione delle crisi aziendali e sistemiche si deve far leva , in prevalenza o esclusivamente, sulla regolamentazione primaria e secondaria oppure è preferibile un mix di questa con provvedimenti di natura fiscale? E in quale grado?

Poiché non è pensabile che il tema delle nuove tasse sia inserito in questi vertici internazionali di carattere finanziario solo per una evidenza di immagine e sia destinato a ricomparire nell’agenda degli incontri della specie senza giungere ad alcun risultato apprezzabile, allora occorre che la riunione di questa fine di settimana sia utilizzata, con il concorso del Board della Stabilità, per un esame globale di tutte le misure progettate, nei loro diversi caratteri e finalità. All’incontro sulle nuove tasse, come accennato, i Paesi europei si presenteranno divisi: e ciò costituisce un indubbio svantaggio per loro stessi, ma anche per la proficuità della seduta.

E’, comunque, arrivato il momento di assumere una decisione sulle nuove imposizioni fiscali sugli intermediari finanziari – che poi dovrà essere valutata e recepita nei singoli ordinamenti – smettendola di continuare a sfogliare la margherita della “ tassa – non tassa”. E’ senz’altro importante far sì che le conseguenze delle difficoltà di singoli istituti e, ancor più, quelle sistemiche, se si dovessero ripresentare, non gravino esclusivamente sui bilanci pubblici.

Sembra, questo, un obiettivo valido e, dunque, da perseguire. Diversa cosa è sottoporre le aziende di credito a nuove imposte con lo scopo di prevenire così una eccessiva rischiosità. Per conseguire questa finalità esistono anche altri mezzi, principalmente quelli regolamentari. Ecco, dunque, la necessità di una disamina non frammentata, bensì complessiva.

Non bisogna mai dimenticare che il fine ultimo di questo travaglio – che sta durando troppo - intorno alle misure più efficaci e meno costose da adottare, in campo globale, perché, in avvenire, non si alimentino fenomeni di crisi e, nel caso che questi comunque si manifestino, si riesca nell’azione di contrasto, è costituito da una migliore tutela del risparmio e da un più agevole afflusso dei finanziamenti all’economia, in condizioni di stabilità. Facile a dirsi, si potrebbe rispondere. E’ vero. Ma questo fine rappresenta la traccia per ogni intervento di regolazione o tributario, per complesso che sia doverla seguire.

In ogni caso, già fare una preliminare chiarezza su questo tema nel prossimo vertice sarebbe cosa apprezzabile. Innanzitutto, in nome della trasparenza che giustissimamente si pretende dagli intermediari, ma che deve essere, prima ancora, un vincolo per le istituzioni internazionali.

Se una delle priorità é – come ieri ha affermato il Fondo che, nella circostanza ha abbassato le previsioni di crescita per l’Italia e ha lanciato un allarme per la disoccupazione a livello internazionale - riparare e riformare il sistema finanziario, allora questa opera deve essere organica, tempestiva , efficace e trasparente.

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