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Terremoto e tasse

Togliere un servizio. Tagliarne il pagamento

Se la casa viene distrutta da un disastro naturale lo Stato non contribuirà più a riparare i danni.

di Davide Giacalone - 22 maggio 2012

Se la casa viene distrutta da un disastro naturale lo Stato non contribuirà più a riparare i danni. Nel caso di sciagure il mantenimento pubblico dei sopravvissuti sarà assicurato per sessanta giorni, al massimo cento, poi si arrangino. Queste novità sono contenute nel decreto legge che riforma la protezione civile. E sono giuste, perché non solo non è ragionevole immaginare lo Stato sempre in grado di risarcire per terremoti o alluvioni, ma abbiamo concreta esperienza di ricostruzioni e lunghi mantenimenti trasformatisi in sprechi di denaro pubblico e condanne alla precarietà privata. Però, si vorrebbe avere una cosa in cambio: il calo delle tasse. A me sta bene che i previdenti si assicurino e gli incoscienti affrontino la loro sorte, ma se un servizio pubblico viene meno, se se ne cancella il costo, al cittadino si restituiscono i soldi. Togliendo tasse. Visto che in quel decreto il governo ha finalmente sancito che lo Stato non è una specie di vice-dio, sicché non è responsabile delle mie disgrazie abitative, si può facilmente allargare il ragionamento ad altri ambiti, considerandolo non responsabile anche delle mie disgrazie sanitarie. L’interesse collettivo è che nel momento dell’emergenza a chiunque sia offerto il necessario soccorso, poi, però, che la sanità sia gratis per tutti è semplicemente dissennato, al punto da produrre debiti mostruosi. Quindi va bene incentivare le assicurazioni private, invogliando i previdenti a mettere nel conto della vita anche malattie gravi e costose. Ma ad una condizione: che calino le tasse. Perché se, altrimenti, calano i servizi e le tasse restano invariate non solo la definizione più adatta di una simile politica è “truffa”, ma, anche, non si capisce dove i cittadini debbano prendere i soldi necessari per pagare le assicurazioni. Nel citato decreto si pone anche un limite al tempo in cui lo Stato assicura, comunque, un mantenimento: arriva un terremoto, casca tutto, i terremotati non hanno di che mangiare o coprirsi, la protezione civile, quindi lo Stato, arriva e provvede, per tre mesi. Porre quel limite è giusto, perché evita sprechi e sollecita il riattivarsi del tessuto sociale, solidarietà compresa. Dove ci si è regolati così, come in Friuli, le cose sono andate bene. Dove si è preso un andazzo diverso, come nel Belice, sono andate malissimo. Ma uno Stato che devolve il possibile alla società civile deve anche costare meno, altrimenti tutto si riduce ad un trucco per prendere i soldi ai terremotati e darli a chi specula contro i titoli del debito pubblico. Veniamo alle assicurazioni: c’è un’autorità che vigila (ce n’è una per ogni cosa), ma qui non si tratta di garantire la concorrenza, bensì di stabilire le regole per accedere al risparmio degli italiani. Già oggi un onesto cittadino che vive in una città dove ci sono tanti disonesti paga un prezzo, che lo svantaggia rispetto a un cittadino onesto che vive fra gli onesti. Prendete le assicurazioni auto: dove i furti sono maggiori il prezzo della polizza è più alto. Sembra ovvio e coerente con le regole del mercato, ma a me non sembra: perseguire i ladri e prevenire i crimini è il mestiere dello Stato, se devo pagare di più perché lo Stato non lo fa bene allora è giusto che paghi meno lo Stato. Non è mica colpa mia se mi rubano l’auto. Nel caso dei disastri naturali, invece, non ci sono inadempienze statali, ma ci sono zone sismiche e zone sicure: se si lascia tutto alle regole del mercato chi abita nelle prime paga dieci volte quel che pagano (se lo pagano) i residenti nelle seconde. Ecco che lo Stato può rendersi utile, agevolando fiscalmente la messa in sicurezza e compensando con meno pretese i cittadini svantaggiati. E’ un gran bene che la crisi suggerisca d’imboccare vie capaci di condurre verso uno Stato snello (e poco costoso). Sarebbe un gran male, invece, se si facesse i furbi e si andasse verso uno Stato pachidermico e vorace, ma sempre meno disposto a dar qualche cosa indietro e a fornire servizi. Ci troviamo nella seconda condizione, e sembra che la gran parte della politica, presunti tecnici compresi, non sappia comprenderne le conseguenze. Poco edificanti.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario