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Ancora una volta è la giustizia che ne esce a pezzi

Toghe rosse due, la risconfitta

Caso Mills: l’ennesima conferma di una vergogna nazionale

di Davide Giacalone - 20 maggio 2009

Comunque la si voglia girare, la vicenda legata alla condanna, in primo grado, dell’avvocato Mills è un segno d’imbarbarimento e decadimento ulteriore della nostra vita civile. Non era facile, ma ci siamo riusciti. Da qui in poi si faranno tutti del male e ciascuno prenderà per sé una parte rilevante di torti. Vale per la giustizia, per la sinistra e per il governo. Vediamoli uno ad uno.

Il fatto è noto: dovendo giustificare dei soldi incassati, e non volendoli spartire con i soci di studio, David Mills, avvocato inglese, affermò, nel 1997, di averli ricevuti da Berlusconi, ma non per una prestazione professionale, bensì per raccontare frottole ai magistrati italiani. Lo scopo sarebbe quello di nascondere i legami di Fininvest con società finanziarie off shore. Lo interrogano, nel 2004, e prima conferma tale versione, poi esce dalla procura di Milano è quasi sostiene d’essere stato torturato, smentendo. Nel 2006 arriva la richiesta di rinvio a giudizio.

Nel 2009 Mills conferma di smentirsi, raccontando che quei soldi li ha ricevuti da altri. Il 17 febbraio i giudici milanesi lo condannano e ieri depositano le motivazioni. Ovvio che, se lui è un corrotto, Berlusconi è un corruttore. Salvo che, per i fatti relativi alla presunta corruzione, Berlusconi stesso fu prima condannato e poi assolto, in via definitiva.

La giustizia ne esce a pezzi. Sia per i tempi, ancora una volta incivili, talché occorrono cinque anni per arrivare ad una sentenza di primo grado, quando la civiltà della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ne reclama fra i quattro ed i sei, al massimo, per quella definitiva. Ne esce a pezzi anche per la solita, pessima consuetudine di trasformare le motivazioni in trattati politico-sociali, con prolisse considerazioni che finiscono con l’indicare come colpevoli anche quelli che si assolvono, o, addirittura, come in questo caso, anche quelli che neanche si processano.

Mescolando i due problemi, tempi intollerabili e prosa colpevolista, si inquina pesantemente la vita pubblica e si lascia che tutti parlino di “sentenze” e colpevolezze, quando, invece, non solo il processo è ancora in corso, ma la probabilità che il giudizio sia riformato è, statisticamente, elevato.

La sinistra va ancora fuorigioco. Ha cominciato a capire che il giustizialismo colpevolista non porta né voti né fortuna, ma ha praticato il vizio per talmente tanto tempo e con tale esasperata ripetitività che, adesso, sono i suoi stessi alleati a giovarsene. I voti, insomma, si sposteranno, ma dentro l’area dell’opposizione. Gli avversari lo sanno, quindi utilizzeranno la novità giudiziaria come un evergreen, capace di restituire l’ebbrezza degli esordi.

Della serie: toghe rosse due, la risconfitta. Inoltre, è sciocco plaudire a che il presidente del Consiglio riferisca in Parlamento, perché quando sosterrà d’essere innocente non è che si potrà trasformare l’aula parlamentare in giudiziaria, quindi, dopo avere consegnato una tribuna importante al giustizialismo dipietresco, saranno costretti a dire che si attende la sentenza definitiva. E campa cavallo. Puerile chiedere: “si faccia processare”, perché l’unico verdetto che vale arriverebbe fra due legislature.

Neanche il governo ne esce bene. Intanto perché fummo facili profeti nel dire che la non processabilità delle alte cariche istituzionali (lodo Alfano) lungi dallo svelenire il clima si sarebbe prolungato per anni il dibattito pubblico sulle faccende giudiziarie, sicché, a seguito della prima condanna di Mills, il capo del governo non è al riparo, ma esposto.

Poi, perché i mali della giustizia italiana sono così drammaticamente evidenti da rendere altrettanto visibile la responsabilità di chi non vi pone rimedio. Vale per la legislatura dal 2001 al 2006, passata invano, e vale per l’attuale. Fin qui.

Il nostro vivere civile sprofonda perché è necessariamente lordo un sistema in cui le sentenze vivono come annunci giornalistici, spessissimo smentite da altri giudici, e, conseguentemente, sono lette, dalle rispettive tifoserie, come alabarde con cui infilzare gli avversari. Nessuno ci crede, insomma, nessuno le prende sul serio, né chi fa finta di non sapere che un primo grado lascia intatta la presunzione d’innocenza, né chi le sfida come fossero mozioni del partito avverso.

In un sistema funzionante non il condannato, ma direttamente il sospettato si dimette e si difende in tribunale. Se lo facesse, da noi, sarebbe l’unico pirla che crede nella giustizia, visto che la nostra storia è piena di scandalosissimi esempi d’innocenti che hanno subito la condanna al silenzio durante i lunghi ed incivili anni dell’inutile inquisizione. Giratela come vi pare, dunque, ma questa è l’ennesima conferma di una vergogna nazionale.

Pubblicato da Libero di mercoledì 20 maggio 2009

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