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Sarkozy contro Hollande

Tifo socialista

Hollande potrebbe realizzare il sogno dell'unità politica e far tornare l'Unione a rappresentare i cittadini europei

di Davide Giacalone - 13 marzo 2012

Tifo per un socialista, tifo per François Hollande. La sua vittoria sarebbe un bene per l’Unione europea. La Francia non è messa granché bene e anche lì si sente l’effetto dell’impoverimento delle classi dirigenti. La politica non vive una stagione florida, perché mancano idee fresche e si procede, in tante democrazie occidentali, rimasticando vecchie cose, oramai prive di succo. I cugini francesi non hanno ragione d’essere felici del fatto che i tre candidati più quotati, per le prossime elezioni presidenziali, sono un presidente in carica, che dispiace al 70% dei suoi elettori, e due congiunti di candidati battuti: Hollande era il compagno (nonché padre dei figli) di Ségolène Royal, mentre Marine Le Pen è la figlia di Jean-Marie, incarnazione dell’estrema desta, ma capace di giungere al ballottaggio nel 2002, assicurando così la vittoria trionfale di Jacques Chirac.

Una classe politica a gestione familiare. E non è una bella cosa. Le idee politiche di Hollande stanno nel solco della tradizione socialista latina, quindi un misto di sussulti sentimentali e tuffi nello statalismo assistenziale. Adora la tassazione sulle transazioni finanziarie, con un entusiasmo degno di miglior causa. Non si dimentichi, però, che analoga passione ha travolto Nicolas Sarkozy, sicché sfugge, sul punto, la differenza. La si trova sul terreno continentale, ove Hollande sostiene tre cose: 1. il nuovo trattato, denominato fiscal compact, “è un vicolo cieco per la crescita”, ma anche un ostacolo “per il controllo democratico delle decisioni europee”; 2. la Banca centrale europea deve esercitare le sue prerogative anche al servizio del mercato produttivo e del suo finanziamento, non solo per la stabilità monetaria; 3. Il rapporto fra Francia e Germania resterà forte, ma non sarà un direttorio che esclude gli altri ed esautora quel che esiste delle istituzioni europee. Siccome ha formalmente annunciato che vorrà rinegoziare quel trattato, i cui punti negativi sono numerosi e micidiali, siccome intende togliere ai giudici della Corte europea la gestione dei bilanci pubblici e si oppone all’idea che l’Unione sia una landa affidata ai parametri, ecco che Hollande si guadagna il mio sostegno.

Che gli sarà del tutto inutile, ma è comunque dato con il cuore. Per contrastarlo Sarkozy s’è messo a comiziare contro il trattato di Shengen, sostenendo che quello favorisce l’immigrazione clandestina. In realtà quel trattato è stato un grande passo in avanti, che richiede, però, una maggiore collaborazione nel contrasto alla clandestinità, aiutando i Paesi (come il nostro) i cui confini sono quelli dell’Unione. Invece la Francia ha reso più difficile il controllo del mediterraneo, cinicamente accentuando la difficoltà italiana. Per non dire dell’assenza di solidarietà circa i respingimenti. L’attuale presidente, insomma, ama i trattati che rovinano l’Europa e detesta quelli che la rendono grande. Meglio il suo avversario. A noi tocca riflettere su due cose: l’impotenza dei cittadini europei e l’inesistenza dei partiti continentali. Due elementi che depongo assai male per la democrazia. Anzi, direi che è proprio la democrazia il più serio malato d’Europa. Altro che bilanci pubblici. La vittoria di Hollande, per come la vedo io, sarebbe un bene per l’Unione, ma possono votarlo (come possono votare gli altri candidati, pensandola diversamente) solo i francesi.

Un sistema nel quale la democrazia formale, quindi il diritto di voto, non incide sulla sede in cui si prendono le decisioni, nel quale la base elettorale interessata al voto è solo uno spicchio di quella interessata al risultato, è un sistema squilibrato. Nel quale la democrazia rischia di trasformarsi in rito, mentre gli officianti sono i rappresentanti d’interessi nazionali, affiancati da una vastissima burocrazia europea, il cui multilinguismo non toglie che parli l’idioma tipico del dirigismo centralista. Al tempo stesso le famiglie politiche europee hanno perso di significato e identità. La socialista, la popolare e la liberaldemocratica raccolgono formazioni a caso, talora antagoniste all’interno di un singolo Paese e largamente disomogenee fra di loro. Più che case son casotti. Il che vale anche per il Parlamento europeo, ove ciascun Paese manda eletti che preferisce allontanare o non sa altrimenti collocare, parlamentari di cui nessuno ricorda il lavoro, come anche solo l’esistenza. Il grande sogno dell’unità politica s’è trasformato in un guazzabuglio d’inutilità, totalmente privo di rappresentanza reale. Difficile che, in queste condizioni, l’Unione arrivi mai ad essere identità dei cittadini europei. Mentre è in ottima posizione per divenire l’odioso vincolo che ne subordina alcuni all’indirizzo politico dei governanti altrui. Il che fa inorridire noi europeisti, o, almeno, quanti ancora ricordano quel che desiderarono. Siccome Holland è una minaccia a questo equilibrio, e siccome in questo s’incarna lo squilibrio che massacrerà l’Europa, spero di vederlo all’Eliseo.

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