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Mps. Cosa c'è sotto il polverone?

The Good Company

Perché il Monte dei Paschi, superati gli scandali, sarà un ottimo investimento

di Enrico Cisnetto - 01 febbraio 2013

Se fossi un grande investitore, metterei i miei quattrini nel Montepaschi. Ma non trading, piccolo cabotaggio. No, come investimento strategico. Sono matto? Può darsi, anzi a dar retta ai media lo sono certamente (anche se è significativo che la Procura di Siena, vista “l’infondatezza” di alcune notizie, stia “valutando l’apertura di un procedimento penale per insider trading ed aggiotaggio”). Ma, scavalcando le macerie prodotte dalle strumentalizzazioni da campagna elettorale che sono in corso, ho cercato di guardare oltre il polverone sollevato dallo “scandalo”, e sono arrivato alla conclusione che non solo è una banca solida, ma anche con ottime prospettive. Guardiamoci dentro insieme.

Mps, che è dotata di 250-280 miliardi di attivi, ha provveduto ad abbattere l’avviamento da 4,6 miliardi a 600 milioni. Un taglio dell’87%, forse persino esagerato. Questo significa, però, aver fatto una pulizia dei conti enorme, che consente margini di profitto futuri altrettanto importanti. Margini, per esempio, che possono venire proprio da quel fronte su cui la banca senese si è trovata scoperta: il portafoglio dei titoli di Stato. Ben 27 miliardi, che nella fase degli spread alti hanno creato problemi, ma che ora che i differenziali si sono più che dimezzati generano vantaggi. Si pensi che nell’estate scorsa, quando il Btp-Bund era tornato a 550 punti, la pretesa dell’Eba, l’autorità europea di controllo sulle banche, di far applicare il criterio “mark to market”, cioè segnare in bilancio i Btp al prezzo che hanno sul mercato al momento in cui si chiude l’esercizio – ben sapendo che quelle minusvalenze sono solo teoriche perché verrebbero davvero realizzate solo nel caso in cui quei titoli fossero venduti prima della scadenza – si basava su un’erosione del capitale intorno ai 5 miliardi. Tanto che Profumo, appena arrivato a Siena, se ne lamentò asserendo che era ben più grave quel problema che le conseguenze dell’acquisto di Antonveneta.

Inoltre, dal lato dei costi, è già in atto una riduzione del personale di oltre duemila unità (tra scivoli e outplacement), su circa 30 mila, che ha sì generato qualche protesta, poi però prontamente assorbita. E altri risparmi il management potrà fare – penso, per esempio, alla cessione di un po’di sportelli – anche perché paradossalmente questo clima emergenziale favorisce l’assunzione di decisioni “difficili”. E a proposito, il nuovo vertice aziendale – sia come management operativo, molto cambiato un po’ a tutti i livelli, sia come consiglio d’amministrazione, rinnovato con presenze qualificate e indipendenti – rappresenta un altro punto di forza: sia perché si tratta di persone che nulla hanno a che fare con le vicende su cui la magistratura sta indagando, anzi che hanno collaborato e collaborano con le indagini, sia per il valore che il mercato assegna loro. Insomma, c’è il Paschi di ieri e quello di oggi, e gli scandali – veri o presunti, questo lo si vedrà – riguardano il passato e hanno già prodotto i loro effetti, mentre le prospettive future possono fortunatamente scontare un processo di normalizzazione già avviato e in buona misura anche realizzato. Ma non è solo questo che mi induce a pensare che Mps sia un potenziale oggetto di desiderio.

Mettiamoci per un momento nei panni di un potenziale investitore e osserviamo lo scenario del potere interno, insomma di chi comanda. La Fondazione? Si è svenata ed oggi, dopo essere scesa al 34% del capitale della banca, si trova ancora indebitata per 350 milioni, che prima o poi dovrà trovare. Inoltre tira un’aria che va certamente in direzione contraria al mantenimento delle quote attuali, per cui non è difficile pronosticare un’ulteriore riduzione, forse addirittura al 10%. Di conseguenza è out anche la politica, che tramite la Fondazione era rappresentata, e che comunque viste le polemiche che si sono innescate, dovrà comunque stare lontana da Rocca Salimbeni. Ma quel che più conta, c’è una poison pill grande come una casa che protegge il Paschi da scalate ostili: i Monti-Bond, o meglio la clausola del prestito che lascia alla piena discrezione del board di Mps la scelta se restituire al Tesoro capitale e interessi oppure se trasformare il credito in azioni della banca. E chi volete che si metta a scalare un istituto che potrebbe “auto-nazionalizzarsi” a sua discrezione? Ma è proprio l’esistenza di questa “pillola avvelenata” che rende interessante bussare alla porta di Profumo, Viola e degli esponenti del cda più attivi, per proporsi in modo “amichevole”. Magari, proponendo alla banca senese di fornirle le risorse necessarie per rimborsare il debito (particolarmente oneroso) con lo Stato. Anzi, secondo Mf, ci sarebbe già la fila di banche e istituzioni estere che hanno bussato o che sono pronte a farlo. A testimonianza del fatto che, contrariamente a quanto può sembrare agli occhi di un lettore di giornali o di uno spettatore di talk show televisivi che vede rappresentato il Grande Dramma, oggi il Montepaschi è una good e non una bad company.

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