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Dalla bagarre escono sconfitte le donne

Terzo Polo in rosa?

E se ci fosse una donna a capo di una coalizione terzista?

di Giuliano Gennaio e Paolo Bozzacchi - 14 ottobre 2005

All’ennesima trappola la tagliola è scattata. I reiterati tentativi ostruzionistici del centrosinistra sul cammino della legge elettorale proporzionale cominciano a portare frutti. In una votazione a scrutinio segreto richiesta dal gruppo di Clemente Mastella la maggioranza in serata è “andata sotto”. Grandi applausi dai banchi dell’opposizione. Peccato, però, che a farne le spese sia stata la proposta del governo di garantire almeno il 30% di donne nelle liste elettorali, la cosiddetta “quota rosa”. E per di più la Camera aveva già bocciato le proposte dell’Unione sullo stesso tema.

Di fatto sulla scarsa rappresentanza femminile nella politica italiana si apre un preoccupante vulnus legislativo, che ha anzitutto preoccupato le donne parlamentari di tutti i partiti, e che fa pensare a un ulteriore manifestazione del declino nostrano.

Intanto monta la protesta, tanto che il Ministro per le pari opportunità, Stefania Prestigiacomo, ha definito un “grande schiaffo” l’accaduto e ha bollato il Parlamento italiano come “misogino”. Si è spinta oltre il deputato del Prc, Elettra Deiana, che ha denunciato che “perfino a Kabul stanno meglio: lì è garantita la quota del 25%”.

L’Italia è di fatto in controtendenza rispetto allo scenario internazionale, e non prende spunto da esempi virtuosi ed emblematici. Dal punto di vista politico la vittoria di Angela Merkel in Germania, ad esempio, ha confermato sul campo la capacità femminile di conquistare la fiducia della maggioranza degli elettori. Così come la crescita politica e in fatto di visibilità di Condoleeza Rice, prima donna Segretario di Stato americano, ha dimostrato come anche i cittadini americani stiano dando fiducia alle donne che rivestono incarichi di responsabilità. La Rice è infatti uno dei probabili candidati repubblicani alla Casa Bianca per il prossimo mandato. Senza dimenticare le capacità strategiche di una donna che ha fatto la storia d’Inghilterra, come Margareth Tatcher, che proprio oggi compie 80 anni.

Dal punto di vista economico e sociale, poi, il nostro paese dovrebbe ascoltare i consigli dell’Unfpa, agenzia Onu per la promozione della politica e dei programmi di sviluppo, che ha sottolineato nel Rapporto annuale sullo stato della popolazione mondiale, reso noto ieri, che “senza l’emancipazione femminile non ci può essere sviluppo economico; occorre investire nell’istruzione e nella salute delle donne”.

In una democrazia giovane ma compiuta come la nostra, come si può parlare di emancipazione femminile se si contano sulle dita di una mano le donne che hanno ricoperto anche solo l’incarico di Segretario di partito (Sbarbati, Bonino, Francescato)?

E non si tratta di immettere quote rosa per creare isole felici. Le stesso donne ormai sono consapevoli che i paradisi creati per tutelare le minoranze sono inutili e dannose ma che per poter influire un minimo nell’ambito parlamentare bisogna immettere le quote.

L’emancipazione femminile ha bisogno di rappresentanza politica. Per questa ragione le donne italiana (una maggioranza anche numerica rispetto all’elettorato maschile), potrebbero rappresentare una risorsa importante per la creazione di quel Terzo Polo che passata la riforma proporzionale e crollato il bipolarismo prenderà forma.

L’idea (per ora una provocazione), sarebbe quella di creare una formazione politica che garantisca per statuto il 50% di presenze femminili nelle proprie liste. La leader naturale di questo schieramento potrebbe essere Emma Bonino, sganciata dai due Poli e dotata di una credibilità internazionale indiscussa.

La Bonino potrebbe raccogliere il consenso di buona parte dell’elettorato moderato (in particolare quello femminile), come già dimostrato con le ottime performance elettorali della lista che portava il suo nome alle europee del 1999 (ottenne l’8,5% dei consensi triplicando i voti radicali dell’epoca). Il raggiungimento del 4% necessario per entrare nel Parlamento con le nuove regole non sarebbe un’utopia, e la leader radicale riuscirebbe nel salto che tentennano a fare i vari Montezemolo, Follini e Rutelli, completando il processo di emancipazione femminile per il quale dagli anni ’70 ha combattuto.

Altrimenti l’idea potrebbe venire a Berlusconi e, come indicava Gambescia in una trasmissione radiofonica, ritrovarci Letizia Moratti Presidente del Consiglio.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario