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I fondamentalisti hanno sempre obiettivi politici

Terrorismo e petrolio

Tra le bombe di Londra e l'impennata dei prezzi del petrolio potrebbe esserci un legame

di Enrico Cisnetto - 08 luglio 2005

E se tra gli attacchi terroristici di Londra e la recente impennata dei prezzi del petrolio ci fosse un legame che travalica la semplice coincidenza temporale? Certo, si tratta di un’ipotesi azzardata e l’impatto emotivo degli eventi rende ancora più complesso il compito di analizzare la situazione con la dovuta lucidità. Non c’è dubbio che, con le bombe nella metropolitana londinese, si sia voluto colpire il G8. Tuttavia, e in termini più generali, l’Occidente sta vivendo un momento delicatissimo. I grandi della terra si sono riuniti a Gleeangles coscienti delle difficoltà che dovranno affrontare per trovare, tra le altre cose, un accordo in merito a una politica ambientale comune che si coniughi con la definizione di un sistema di sfruttamento delle risorse energetiche, petrolio in primis, meno vincolato al “ricatto” dei paesi produttori, a cominciare da quelli dell’Opec. Su questo erano divisi, profondamente divisi. Tanto che la posizione di Bush sul protocollo di Kyoto rischiava di aprire una falla nell’asse pur di ferro con Blair. Insomma, una situazione tanto fluida e precaria non poteva passare inosservata ad un terrorismo islamico che ci ha già ampiamente dimostrato la sua “intelligenza”. Scrissi la sera dell’11 settembre 2001 che l’attacco alle torri gemelle di New York non fu concepito solo per indebolire gli Stati Uniti, ma anche e soprattutto per colpire al cuore il sistema finanziario globalizzato. Se solo le banche centrali più importanti del mondo avessero tardato qualche ora nell’immettere sui mercati qualcosa come 600 miliardi di dollari, la mancanza di liquidità avrebbe provocato quel crack planetario che i terroristi volevano. Lo stesso vale per l’11 marzo 2004 a Madrid: non a caso le bombe scoppiarono a ridosso delle elezioni politiche, e qui provocando la sconfitta di Aznar e il successivo ritiro delle truppe spagnole dall’Iraq il risultato ottenuto dai criminali fu netto.

Oggi il quadro geo-strategico (politico ed economico) internazionale appare ancora più preoccupante. Con l’oro nero che è tornato ad essere, come negli anni Settanta, il tallone d’Achille dell’Occidente, e in particolare dell’Europa, che a differenza degli Stati Uniti, non può permettersi politiche energetiche e ambientali autonome dalle imposizioni internazionali. Infatti, dopo il rapido passaggio tra quota 50 e la soglia dei 60 dollari al barile, le quotazioni sono destinate ad esplodere, se è vero che dopo aver visto toccare dal greggio il record nominale di 62 dollari, tutti gli operatori da qualche giorno stanno scommettendo gigantesche somme di denaro (tramite i future) che raggiunga gli 80 dollari nei prossimi mesi. Anzi, taluni analisti non scartano l’idea che si possa arrivare addirittura a cento dollari, non solo sotto la spinta della speculazione ma anche per la forbice sempre più aperta tra una domanda in forte crescita e un’offerta ormai “contingentata”. Da una parte la voracità dei consumi mondiali – con Stati Uniti, Cina e India in testa – dall’altra una disponibilità di risorse da tempo ai limiti perchè i paesi produttori da anni non investono in tecnologia estrattiva e nuovi impianti, rendono comunque strutturale un livello di prezzi che si avvicina pericolosamente al vero record storico, quello del 1979, quando, dopo la rivoluzione iraniana, il petrolio varcò la quota dei 30 dollari, che attualizzati significano 76.

Ecco, questo è il ventre molle dell’Occidente. E i provvedimenti da adottare sono tutt’altro che a portata di mano. Innanzitutto sbaglia il presidente della Bce, Trichet, a porre sullo stesso piano Londra e Madrid e dunque ad escludere conseguenze per l’economia europea, come era accaduto, appunto, dopo l’11 marzo dell’anno scorso. Intanto per la centralità della City nella finanza continentale, che richiederebbe un atteggiamento ben diverso dall’irritante immobilismo e minimalismo dei banchieri di Francoforte. E poi perché oggi l’Europa vive, sia sotto il profilo politico dopo la doppia bocciatura del trattato costituzionale, sia sotto quello economico per la difficoltà ad arginare la competizione asiatica, una stagione a dir poco difficile. Inoltre, le spaccature interne al G8 indeboliscono certo prima il Vecchio Continente degli Stati Uniti.

Ma torniamo alla domanda iniziale, e chiediamoci, se davvero la relazione tra terrorismo e petrolio come arma di pressione sull’Occidente non fosse casuale, come evitare questo micidiale cortocircuito. Vengono in mente tre cose. La prima: i paesi consumatori accelerino i piani (comuni) di emancipazione energetica dal petrolio e dal gas. La seconda: quegli stessi paesi facciano nel frattempo un patto con i produttori, cercando di isolare anche dentro l’Opec chi ha relazioni più o meno esplicite con il terrorismo, assicurando investimenti per aumentare la loro capacità estrattiva. La terza: il G8 esca dall’impasse e adotti una politica di concertazione tra le grandi aree del mondo che assomigli il più possibile ad una sorta di “governo mondiale”.

Pubblicato sulla Sicilia dell'8 luglio 2005

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