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Public Policy

Il paziente è ormai agonizzante

Terapia sbagliata

Le tasse stanno devastando il tessuto sociale italiano

di Davide Giacalone - 06 aprile 2012

La terapia fiscale, cui l’Italia viene sottoposta, ci restituirà un paziente in agonia. La supposta tassante viene introdotta con lubrificante moralistico, assumendo che sia l’unica via per giungere all’onestà dei contribuenti, laddove si fa finta di non vedere l’effetto reale: aumenta la pressione fiscale, ma aumenta anche il peso del debito sul prodotto interno lordo; aumenta la caccia agli evasori, ma aumentano gli evasori che sono tali perché non hanno i soldi per pagare; diminuisce il reddito disponibile per i cittadini, ma non diminuisce la spesa pubblica. Ci ritroveremo ad avere sottratto ricchezza agli ammortizzatori sociali che funzionano, vale a dire il welfare familiare, senza essere riusciti a tagliare i costi di quello disfunzionale e divoratore di soldi, vale a dire il welfare statale. I dati pubblicati dalla Banca d’Italia, aggiornati con quelli diffusi dall’Istat appena ieri, dimostrano il progressivo impoverimento delle famiglie e l’erosione dei profitti aziendali. Se, nello stesso periodo, si prendono in esame la pressione e la spesa pubblica, si osserva un movimento in senso opposto. E’ una trasfusione di sangue dal corpo sano a quello malato. Se si guarda agli altri grandi paesi europei ci si accorge che siamo gli unici ad avere imboccato questa strada: da noi scende il prodotto interno e anche il reddito disponibile, mentre dalle altre parti si reagisce alla recessione con un maggiore reddito disponibile (vale a dire soldi effettivamente destinabili ai consumi, dopo avere assolto gli obblighi fiscali).

Il governo Monti ha il merito di avere portato a compimento la riforma del sistema pensionistico, collocandoci in una condizione di stabilità e sostenibilità. Molto bene. Da lì in poi, però, si gira a vuoto. La stessa discussione sulla legislazione del lavoro ha un che di surreale, perché il nostro problema non è la licenziabilità, ma l’indeterminatezza circa l’esito del licenziamento, ebbene: se passasse la proposta governativa quel problema sarebbe risolto? No, sarebbe aggravato. Ci sarebbe maggiore lavoro, ma solo per i tribunali. A dispetto della celebrata memoria di Marco Biagi, quella proposta rende meno elastico l’ingresso nel mondo del lavoro. E, comunque, la sostanza del problema produttività è fotografata dai seguenti dati: posto un salario pari a 100 un lavoratore inglese riscuote 70, uno svizzero 80, mentre quello italiano 40. Ho preso Gran Bretagna e Svizzera, mica paesi in via di sviluppo e privi di welfare! Da noi i tagli vanno fatti sul 60%, che finisce assorbito dai costi statali, non sul 40, gravato progressivamente da maggiori tasse.

Noi stiamo procedendo nella seconda direzione, e siccome non è possibile che gente istruita e ragionevole non se ne renda conto, la domanda è: perché? Le risposte che portano a complotti, trame e retroscena le lascio a chi vive di fantasia, perché credo che la faccenda sia più semplice: si crede che la salvezza dell’Italia consista nel legarsi alla politica tedesca, nel dimostrarsi capaci di adeguarsi al fiscal compact, nel collocarsi sotto l’ombrello protettivo renano. Mentre quell’ombrello, oggi, protegge solo la campagna elettorale della signora Merkel (e le banche tedesche). Quell’ombrello usa le norme europee per distruggere l’Unione europea, mediante concorrenza sleale al suo interno (vedi finanziamento gratis del debito tedesco). Con l’ulteriore difetto di collocare l’area dell’euro fuori dalle ricette di politica economica praticate fra l’Atlantico e il Pacifico. Ecco perché, assorbiti i 1000 miliardi della Bce, la febbre degli spread si fa rivedere, per ora timidamente. Chi volete che sostenga i debiti pubblici di chi non sa fare altro che togliere ricchezza ai privati, rafforzando la recessione altrove vista come la peste? Se continueremo a colpire il 40% del salario, lasciando indisturbato, anzi facendo crescere il 60 dei costi improduttivi, il nostro debito sarà insostenibile perché non si fanno più trasfusioni da un corpo esangue. Nel 1995 i “giovani” (?!) fino a 34 anni che vivevano con i genitori erano il 36%, nel 2010 il 42. Difficile credere che le mamme siano divenute più apprezzate, più facile capire che stiamo strangolando il presente e asfissiando il futuro.

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chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario