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Public Policy

Un governo d'emergenza

Terapia pericolosa

Cambiare le regole del mercato del lavoro per la tutela dei lavoratori

di Davide Giacalone - 09 dicembre 2011

La Bce ribassa i tassi (dovrà farlo ancora) dopo che si sono accorti che l’euro potrebbe saltare in aria. Complimenti per la prontezza di riflessi. Cerchiamo di capire, noi italiani, come evitare di far la fine di Pietro Micca, senza neanche l’eroica opportunità di salvare Torino dai francesi. Rischiamo di spappolarci anche in assenza di detonazione. Micca, del resto, finì avvelenato dalle esalazioni, così come noi corriamo il pericolo di finire soffocati dalla recessione.

Il governo Monti ha commesso, sulle pensioni, un grave errore, cui cerca di rimediare facendone uno, politico, ancora più grosso. Sostenemmo subito che l’anticipazione dell’innalzamento dell’età pensionabile e del sistema contributivo era positiva. Ma avvertimmo che togliere l’adeguamento al costo della vita era una misura recessiva. Non siamo tecnici, bensì poveri scrivani, eppure ce ne accorgemmo. Rilevammo un difetto non di “giustizia sociale”, che non è materia maneggiabile da un governo privo di delega popolare, ma di prudenza economica. Ora lo capiscono e dicono che sono pronti alle modifiche, mediante un emendamento (che presto diventerà “maxi”) su cui porre la fiducia e da concepire “a saldi invariati”.

E’ il linguaggio dei governi che mediano e s’arrabattano, non di quelli composti da sì alte intelligenze e competenze, privi dell’obbligo di barcamenarsi fra i partiti. Due errori, insomma. Segnalo il terzo: ci sono lavoratori posti in mobilità o licenziati con la consegna dei soldi per pagare i contributi volontari, tutti alle soglie della pensione. Questo a legislazione allora vigente. Se cambiano le regole vanno tutelati, altrimenti sarà come dire che i più fessi sono quelli che credono nelle leggi. Lo sapevamo già, ma non è il caso di ribadirlo. Questo governo si giustifica per l’emergenza, non per l’equità, e se quel che scrive non è da prendere in blocco allora il gioco non vale il prezzo della sospensione democratica.

Andiamo oltre: il decreto contiene molte norme inique, ma necessarie, il guaio è che c’è tanto bastone recessivo e pochissima carota per la crescita. Non si sono aumentate le aliquote Irpef, ma le addizionali. Nelle tasche degli italiani non fa una grande differenza, salvo il fatto che le seconde riguardano tutti. La logica di tassare per galleggiare è esattamente quella che ci ha portati alla pressione fiscale superiore alla media europea (fra due anni saremo al top), al debito pubblico mostruoso e all’inefficienza della spesa pubblica. Va invertita. Il quadro dominante è quello europeo.

Se il Consiglio di Bruxelles dovesse fallire l’intera questione dovrà essere rivista. Radicalmente, perché in caso contrario non usciremmo dalla crisi, verremmo riaggrediti dalla speculazione e, in più, ci saremmo impoveriti togliendo agli italiani soldi che non servirebbero minimamente ad alleggerire il debito pubblico. Posto ciò, e fidando nel fatto che non si arrivi alla follia del fallimento, noi abbiamo il problema di non accasciarci per anemia. Non possiamo permetterci di far prima la chemioterapia e poi il sostegno, perché la terapia ci ammazza prima di passare alla convalescenza. Una cosa è certa: senza sviluppo e senza svalutazione (che non è nei nostri poteri) quel debito non è sostenibile. Punto. Possiamo anche torturare le vecchiette (e i loro nipoti), ma non sarà mai sostenibile, in queste condizioni.

Mettere sul mercato una fetta consistente del patrimonio pubblico, subito, è indispensabile. Più si aspetta e più ce lo mangiamo. Cambiare le regole del mercato del lavoro, superando la sicurezza dei posti fissi e rendendolo il più elastico possibile, non è un modo per minacciare l’avvenire e la tranquillità dei lavoratori, ma l’unica via sensata per tutelarli. Senza crescita non c’è lavoro. La quantità di italiani che non lavorano è impressionante. Succede per rigidità o per patrimonio accumulato, ma è pur sempre la condotta di chi consegna ricchezza verso mercati esteri e verso lavoratori stranieri.

I tecnici dovrebbero conoscere questo ingranaggio infernale, che va fermato. Subito. Cancellare il valore legale del titolo di studio e mettere scuole e università in concorrenza fra di loro non è una minaccia al diritto allo studio, è la formula che porta cultura e saper fare. Il ministro della giustizia fa bene ad occuparsi di carceri, perché sono in condizioni pietose, ma la giustizia, civile e penale, è messa peggio. Qui occorre scardinare le resistenze corporative, dei magistrati e degli avvocati, azzerandole.

Sono materie politiche, spettanti al Parlamento, lo so. Ma se i partiti sono in stato confusionale e il Parlamento in condizioni comatose il dovere di provvedere passa nelle mani dei commissari, del governo in carica. Altrimenti saranno commissari liquidatori.

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