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Le frottole pericolose sul “caso Geronzi”

Teoremi che non si sa dove arrivino

Outsider sconfitti e furbetti umiliati che dileggiano poteri forti in realtà deboli

di Enrico Cisnetto - 31 marzo 2006

Circola un teorema, che chiamerei “degli sconfitti”, secondo cui l’Italia non è in declino, ma più semplicemente soffocata da un establishment definito allo stesso tempo “piccolo” ma così “strapotente” e “pervasivo” da vincolare la politica a “condizionamenti occulti”. Come tutti i teoremi, si basa sul nulla. Intanto perchè i “poteri forti” di una volta, piacessero o meno, non esistono più, e al loro posto sono subentrati “poteri deboli” che come massimo riescono ad esprimere veti. In secondo luogo, l’impoverimento dell’establishment non è dovuto solo all’inesorabilità del calendario, ma anche e soprattutto alla guerra interna – una sorta di tutti contro tutti – che lo ha attraversato per molti anni, prima ancora dell’uscita di scena di Enrico Cuccia e poi per la (impossibile) eredità del suo ruolo e di quello della vecchia Mediobanca. E poi, non è casuale che i cantori del “teorema” siano o quelle schegge di establishment uscite perdenti dai conflitti interni ad esso (per tutti, Vincenzo Maranghi), o quegli outsider che non sono stati capaci di fare quella rivoluzione che avevano promesso e sbandierato (Antonio D’Amato) o, peggio, quegli outsider troppo “furbetti” e troppo del “quartierino” per farsi classe dirigente (Fiorani, Ricucci & co). Infine, per quanto riguarda il punto d’intersezione tra affari e politica, oggi non esiste nessuna “saldatura” vincente, ma tanti piccoli accrocchi a geometria variabile che al massimo sommano debolezze. Una conferma viene da quei banchieri che una certa pubblicistica ha definito “rossi”. Ebbene, raramente si è visto che alla vigilia di un ricambio politico ampiamente pronosticato chi, a torto o a ragione, viene indicato come riferimento dei prossimi vincitori (Salza, Iozzo, Modiano, Profumo, Palenzona, Passera, Bazoli, Mussari, Unipol) si muova in ordine sparso per non dire armati l’un contro l’altro. Insomma, l’unica conclusione possibile di tutto questo ragionamento è che ciascuno può liberamente parteggiare per questo o quell’interesse, questo o quel personaggio, ma a nessuno è concesso di spacciare come moneta buona l’idea che esista una cupola bancario-finanziario-mediatica politicamente omogenea capace di dominare il Paese. Né a sinistra, né intorno a Berlusconi.
Ma che si tratti di una frottola assai pericolosa lo dimostra un clamoroso caso giudiziario, quello che riguarda il “potente” Cesare Geronzi. Il presidente di Capitalia, infatti, è stato sospeso dalle sue funzioni per due mesi su richiesta della Procura di Parma – e la decisione è stata poi riconfermata in sede di ricorso dal Tribunale di Bologna – proprio sulla base del teorema di cui sopra. Il quadro che emerge intorno al “caso Geronzi” è inquietante, e i “garantisti” di rito berlusconiano, che tanto si sono spesi per denunciare la deriva giustizialista di certa magistratura e che da qualche tempo sono accanitamente impegnati nel diffondere il teorema dell’establishment cattivo (per tutti, il mio amico Lodovico Festa con il suo “Guerra per banche”, non casualmente prefazionato da D’Amato) dovrebbero farsi un bell’esame di coscienza.
Succede, infatti, quello che già qualche settimana fa avevo denunciato in questo spazio: che il principale responsabile del crack Parmalat, Calisto Tanzi, si sia travestito da “pentito” e che per salvare se stesso, i suoi familiari e il suo futuro – a proposito, nessuno si domanda come e di cosa vive oggi la famiglia Tanzi? – abbia offerto su un piatto d’argento la testa del “potente” da esporre al pubblico ludibrio. Comprensibile che lo abbia fatto, per carità. Meno, molto meno, è che venga creduto. Basterebbe leggere le parole con cui i giudici bolognesi, anziché limitarsi a ciò che competeva l’appello (confermare o meno l’interdizione), hanno scavalcato alla grande i loro colleghi siciliani in capacità di congetturare: “considerando le vicende di cui Cesare Geronzi si è reso artefice e protagonista nel corso di almeno dieci della storia non solo economica ma anche politica del nostro Paese”. E cosa c’entra questo giudizio, del tutto opinabile, con il merito penale della questione relativa ai due episodi (Ciappazzi e 50 milioni di finanziamento) che vengono “imputati” al presidente di Capitalia? Ci sono prove documentali o ci si basa solo sulla parola di Tanzi? E nel caso, vale più la parola di un “falsificatore di fatture” o di un banchiere di lungo corso? Cosa vuol dire sul piano giuridico “uomo di incommensurabile potenza”? E da cosa discende l’affermazione secondo cui Geronzi “ha mostrato la più totale insensibilità nei confronti del popolo dei risparmiatori” (si noti l’evocazione del popolo, ndr), considerato tra l‘altro che Capitalia non ha emesso bond e ha totalmente rimborsato i suoi correntisti? Pare di capire che i magistrati abbiano mutuato il famoso “non poteva non sapere” nel nuovo teorema del “non poteva non aver deciso”, riconducendo al presidente responsabilità che eventualmente apparterebbero ad altri livelli decisori della banca. Si tratta di un precedente pericoloso, di cui risulta abbia parlato anche Profumo in comitato esecutivo dell’Abi, preoccupato che s’inneschi un perverso meccanismo in base al quale il banchiere è il vero “padrone” delle aziende e dunque è a lui che occorre far risalire la responsabilità delle decisioni formalmente assunte dall’imprenditore, e che a sua volta la responsabilità delle scelte bancarie sia sempre e comunque da riportare in capo al vertice gerarchico. Già, i teoremi si sa dove nascono, ma non si sa dove arrivano.

Pubblicato su Il Foglio del 31 marzo 2006

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