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Public Policy

Spending Review

Tempo e tagli

La versione buonista della spending review recita: si facciano i tagli necessari, ma senza intaccare lo stato sociale. Invece è proprio quello che va rivoluzionato.

di Davide Giacalone - 05 luglio 2012

Tagli (veri) della spesa pubblica, misure (vere) per lo sviluppo e (vere) riforme istituzionali non solo sono legati fra di loro, ma hanno in comune la necessità di tempo e continuità, ben oltre la durata di questa legislatura e di questo governo. Il tempo ha un costo politico, perché se lo si lascia scorrere in balia del calendario il governo resta con le ruote impantanate; la sinistra si frulla nell’incoerenza fra le alleanze attuali e quelle future; la destra si abbandona al disfacimento, già in atto. Non potendo cambiare il passato, ragioniamo su come si possa cambiare il presente, propiziando un migliore futuro. La versione buonista della spending review recita: si facciano i tagli necessari, ma senza intaccare lo stato sociale. Invece è proprio quello che va rivoluzionato. Si diminuisca la spesa, dicono, ma senza colpire i più deboli. Errore: i più deboli sono quelli che pagano le tasse. Per difenderli la spesa non va limata, va tranciata. Eppure è bastato porre il tema perché subito di levassero i gemiti delle parti sociali e delle sotto-parti politiche. Ci sono due cose fesse assai: a. credere che sia utile a quale che sia cosa convocare scioperi e manifestazioni; b. supporre che uno solo dei nostri problemi, creati da anni e anni di non governo, possa essere risolto in sede europea. Dobbiamo fare da soli (detto fra parentesi: abbiamo duramente criticato il governo tedesco, per la miopia e l’incoscienza con cui ha messo in pericolo l’Unione europea, ma ha ragione quando sostiene che ogni federalizzazione, sia essa dei debiti o dei salvataggi, comporta perdita di sovranità, noi dovremmo reagire plaudendo e chiedendo che riguardi tutti). Ecco come. Ho sostenuto che tagliare 42 o 100 miliardi è più facile che affettarne 4,2 o 10. Entriamo nel merito. Se tagli la spesa sanitaria, per potere non aumentare l’iva, va a finire che colpisci le prestazioni offerte ai cittadini, sia sotto forma di minori servizi che d’imposizione fiscale (ticket). Porti a casa pochi soldi e generi molti dolori. Se restituisci al mercato la gestione della spesa, generalizzando il sistema introdotto da Maurizio Bortoletti all’Asl di Salerno, invece, rivoluzioni l’amministrazione, migliori le prestazioni e tagli alla grande fra sprechi e duplicazioni. Conoscete l’arma atomica usata da Bortoletti? Ha fatto l’inventario! Se metti a gara le linee telefoniche e gli apparati informatici che servono all’amministrazione pubblica per gestire il rapporto con il cittadino, e poi tagli la spesa, ottieni risultati deprimenti: la ditta appaltatrice incassa i soldi, il servizio manca sempre di qualche cosa, i soldi per aggiustare non ci sono, i costi fissi vanno alle stelle e il cittadino comunica con il muro. Invece: prendi l’intera struttura, comprensiva di dipendenti, su cui poggia il servizio e la consegni al privato, che, a quel punto, è responsabile non della consegna di una fornitura, ma del servizio. I tagli sono strutturali, immediati e crescenti nel tempo. Solo per brevità non faccio altri esempi, dalla giustizia alla scuola. E c’è di più: con un procedimento simile si trasforma spesa pubblica per costi correnti in spesa per il pagamento dei servizi, a fronte di fattura, aumentando il pil. Dentro quella spesa se ne riserva una parte per ditte e innovazioni nazionali, così sostenendone concretamente lo sviluppo (quindi l’occupazione e il gettito fiscale). Dopo avere imboccato questa strada ed esternalizzato i costi si passa a valutare quel che non serve, sopprimendolo. Al contrario, se si prova lo stesso esercizio nel perimetro della spesa pubblica esistente, non solo scoppia una tempesta sindacale e politica, ma nessuno è neanche in grado di dividere l’utile dall’inutile, perché tutti prigionieri di una burocrazia che riproduce e protegge se stessa. Se non è possibile risanare un’azienda di cui si sconosce la struttura dei costi, come mai può essere possibile con la più grande esistente in Italia, lo Stato? Bella l’idea di diminuire il personale pubblico, ma se non si cambia la logica del servizio si propizia l’immediatamente futura lamentela per la scarsezza di personale e la non copertura degli organici, a loro volta scuse ottime per un servizio pessimo. Esternalizzando, infine, si riesce meglio a liberalizzare, aprendo il mercato e rendendolo più competitivo. Che è l’unica seria misura per lo sviluppo che si conosca, essendo le altre funzione della spesa pubblica, quindi propiziatrici del male che s’intende avversare. E’ la sola strada che vedo per non mettere tutto sulle spalle dei più deboli, i pagatori di tasse, che vanno alleggeriti, non aggravati (come si sta facendo). Ciò porta al tema della governabilità, del sapere prendere decisioni: se qualcuno crede possa risolversi con un diverso sistema elettorale è un illuso, o, più probabilmente, un imbroglione. Ci vuole la riscrittura costituzionale, mandando per campi i difensori maniacali di quel che violano, o si rassegnano a veder tradito. Non è un’operazione di poche settimane, tanto più che le prossime sono occupate da una forsennata corsa per la conversione di un numero inquietante di decreti legge (molta parte dei quali inutile o sbagliata). Questo è il tema che si pone innanzi alle forze politiche serie, non la concorrenza grillina. La domanda, in tal senso, non è se ci sarà Monti, nella seconda parte del 2013, ma se ci saranno loro.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario