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Defunto il meccanismo pensionistico in vigore

Tema adeguato per parlare di libertà

Rattoppare non serve, perché tutto si gioca sulla libera e personale scelta del futuro

di Davide Giacalone - 07 settembre 2006

Due sono le sgradevoli sensazioni degli italiani, quando si parla di pensioni: a. il sistema cambia in continuazione senza mai trovare equilibrio; b. per chi non è ancora pensionato non c’è alcuna ragionevole certezza futura. La politica balbetta, nega la realtà, ma così procedendo induce risultati anche peggiori. Invece, quello delle pensioni è un tema perfetto per parlare di libertà.
Il meccanismo attuale è morto, benché non seppellito, perché si fa e si farà pagare ad un numero sempre più piccolo di lavoratori il prezzo del mantenimento di un numero sempre crescente di pensionati. Il che è ingiusto prima ancora che insensato. Agire con le toppe serve a poco, e, ad esempio, aumentare gli anni di contribuzione effettiva nel mentre si entra sempre più tardi nel mercato del lavoro significa, ancora una volta, farla pagare ai più giovani, o gravare di ulteriori oneri il lavoro saltuario significa strozzarlo. L’intero sistema è concepito in ossequio ad un’idea di lavoro, fisso e per sempre, che o non esiste più o riguarda solo alcune categorie. Si deve cambiare, prima di essere stritolati dai costi.
Anziché fare leggi che si occupano della nostra vita e di come la distribuiamo, si liberino le risorse perché ciascuno sia padrone del proprio futuro e decida privatamente come intende regolarsi. Si può ben andare in pensione anche a cinquanta anni, se si sono versati contributi sufficienti a garantirsi il livello di vita cui si aspira. L’intervento pubblico si limiti (oltre ai controlli) ad aiutare i lavoratori che svolgono mansioni usuranti, che sono una minoranza assoluta. Per il resto, libertà. Certo, ci sono i costi del passato, che sono paragonabili agli oneri del debito pubblico: frutti dell’incoscienza collettiva. Ma quei costi non devono essere un alibi per accrescere ulteriormente il malsano meccanismo per cui i sani e pimpanti pensionati campano e vanno in vacanza alle spalle di chi lavora. La politica insegue, demagogicamente, il consenso di tutti, i sindacati rappresentano sempre meno chi lavora. Così alleviamo anche nuove generazioni di viziati, di nulla facenti fino alla “sistemazione”, di protopensionati. Forse vale la pena di rompere questo maleficio, e proclamare la legittimità di chi pensa agli interessi del futuro e della libertà personale.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato su Libero del 7 settembre 2006

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario