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L’odissea delle telecomunicazioni

Telecom, un caso italiano

Per tornare a fare impresa via chi ha permesso lo sfascio di una grande multinazionale

di Davide Giacalone - 14 marzo 2007

Privatizzare male e solo per far cassa, poi consentire una scalata in violazione delle regole, quindi accettare un acquisto fuori Borsa. Ecco la miscela che, con Telecom Italia, descrive la cecità della politica, la pochezza dell’imprenditoria, l’asservimento degli interessi più grandi e generali a quelli più miseri e particolari. Una storia italiana che potevamo risparmiarci, che c’è costata e ci costa, che abbiamo anticipato e previsto, senza però trovare interlocutori capaci di capire. Ora Olimpia, la finanziaria che contiene il controllo di Telecom, non ha trovato un compratore, è semplicemente all’asta. Con una particolarità: sono settimane che gli annunci unilaterali influiscono sull’andamento dei titoli, il che non è affatto normale.

Domenica scorsa avevamo segnalato l’impossibilità di tenere assieme i cocci di Telecom, un consiglio d’amministrazione che mette in minoranza il socio cui deve la nomina e la prossima assemblea di metà aprile, quando, fra meno di un mese, lo stesso socio potrebbe mandare a casa il consiglio. Potrebbe, notavamo, ma non potrà, perché non più nelle condizioni di gestire i problemi, anche giudiziari e politici, della società, a causa dei quali chiamò alla presidenza quel Guido Rossi che l’ha guidata in rotta di collisione con gli interessi di Olimpia (o, se si preferisce, che ha scelto di non assecondarli). Tronchetti Provera e Benetton hanno bruciato pacchi di denari dei risparmiatori, ora tentano di consegnare ad altri il valore del premio di maggioranza, vendendo prima dell’assemblea. Alle porte ci sono le banche, gli indiani, i russi, qualche altro. Sono all’asta. Questa storia resterà nei libri, ad esempio di come si distrugge una multinazionale che produce ricchezza, trasformandola in un delirio di potere che produce debiti. Nel mentre Swisscom lancia un’offerta per impadronirsi di Fastweb, già saltano fuori i soliti cultori dell’italianità, che sono anche gli stessi fin qui disposti a cedere fuori dai confini tutta quanta la filiera delle telecomunicazioni. Per sostenere il pennone del tricolore si chiameranno le banche, impegnate anche a difendere i loro soldi già incautamente concessi.

Ma il mercato delle comunicazioni corre, si trasforma e si ristruttura in tutto il mondo, servono strateghi, non contabili. Né si può credere che le banche siano il traghetto con il quale giungere alla sponda della public company, promessa dal governo Prodi e da Rossi nel 1997. Perché allora era possibile, ma fu annientata dal modo in cui il governo D’Alema favorì l’esatto contrario, facendo nascere l’enorme debito che ancora soffoca la proprietà. Oggi sarebbe necessario procedere ad una drastica ristrutturazione della società, alleggerendola di costi inutili, liberandola dall’onere di servire un debito non suo, e dandole una strategia nel digitale, nelle alleanze e nei mercati esteri. Troppo, dopo dieci anni di scorribande e sconquassi.

Le macerie di quella che fu una grande multinazionale italiana pesano sulle responsabilità di chi ha governato male, di chi ha privatizzato maldestramente, di chi ha consentito che si violassero le regole stesse della privatizzazione, di chi non ha controllato, di chi ha lasciato che si negoziasse il controllo all’estero (con Gnutti e Colaninno Telecom Italia era controllata dal Lussemburgo, non dall’Italia, ed è nel Granducato che Tronchetti ha comperato, facendo scorrere un fiume di denaro che ancora non si sa dove ed a chi sia finito), mettendo le premesse dell’oscena asta odierna. Nessuno avrà la forza di sgomberare quelle macerie se non si ripartirà dal ripristino della legalità e dalla serietà dei controlli, sia sulla Borsa che sul mercato.

Anche da questo punto di vista il caso Telecom farà scuola. Un mercato, per funzionare, ha bisogno di una presenza statale, quindi politica, forte, ma non nell’impresa, non nei capitali investiti, bensì in quelle cose che solo lo Stato può fare: stabilire regole chiare, far funzionare i controlli, far funzionare la giustizia. Troppo spesso la nostra imprenditoria chiede, invece, allo Stato di proteggerne le debolezze, salvo poi lamentare l’invadenza della politica. Quelle sono due facce dello stesso male. Si è privatizzato senza liberalizzare, si è protetto senza controllare, s’inquisisce per anni senza giudicare. Ecco la formula per far fuggire ricchezza all’estero, tenendo per noi quel che ai mercati non interessa.

Tutto questo è costato moltissimo agli italiani. E’ costato perché la Sip era stata fatta con i loro soldi, e con quelli degli emigranti in Sudamerica era nata Italcable. E’ costato perché abbiamo meno comunicazioni di Paesi nostri diretti concorrenti, meno larga banda, meno penetrazioni di collegamenti veloci. Ci siamo impoveriti massacrando le nostre eccellenze e c’impoveriamo restando indietro nello sviluppo. Qualcuno si è arricchito. Troppo, davvero troppo, ma lo ha fatto senza servire e far crescere il mercato. Eccola, la malattia che affligge l’Italia, quella politica e quella economica. Si deve ripartire, certo, e saremo in grado di farlo. Abbiamo ancora capacità da far valere, abbiamo ancora energie da spendere. Se useremo la testa, se promuoveremo la volontà ed il coraggio, potremo tornare a giocare da protagonisti nel mercato mondiale delle comunicazioni. Ma lezioni dagli artefici del disastro non ne vogliamo prendere. Basta.

C’è un nesso profondo e solido fra quello che succede a Telecom e quel che succede al Paese, fra quello che avviene nel mercato e quel che stagna nello Stato. Che almeno gli errori servano a correggere la rotta, mandando a casa quanti li hanno causati e ne hanno goduto.

www.davidegiacalone.it

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