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Nelle zone grigie spesso le cose si confondono

Telecom: Tre conti che non tornano

In attesa del dibattito, seguiamo l’evolversi della partita finanziaria. E giudiziaria

di Davide Giacalone - 27 settembre 2006

Brutta cosa, le zone grigie. Le si combatte illuminandole, però, non avvolgendole in una cortina fumogena. Le parole di Tronchetti Provera destano ammirazione per il coraggio, meno per la chiarezza. Dato che nelle convulsioni di questo finale di partita le cose si mischiano e confondono, mi pare utile dividere le tre differenti questioni che si legano a Telecom Italia: 1. gli spioni; 2. la salute economica del gruppo; 3. lo scontro con Prodi. Attenti, perché faranno di tutto per confondervi le idee, buttandole tutte e tre nello stesso frullatore.
1. Nell’inchiesta milanese sugli spioni, dice Tronchetti Provera, noi siamo la parte lesa. Un momento, “noi” chi? Telecom Italia e Pirelli sono due società quotate in Borsa, e sono certamente lese da questa losca faccenda. Tronchetti Provera no, non è parte lesa, come non lo è Buora. E qui le cose sono due: o l’attività di dossieraggio era conosciuta da Tavaroli, che è uomo di fiducia di Tronchetti Provera e dice di avere informato Buora, ed allora i tre sono corresponsabili nell’avere leso le società; oppure non ne sapeva niente Tronchetti Provera, e non lo sapeva nemmeno Buora perché lo stesso Tavaroli riteneva che fosse tutto regolare, ed allora sarà stato lo spione fiorentino a prenderli tutti per il naso. Fossi in loro, riterrei la seconda ipotesi leggermente offensiva.
Si dice e ripete che nell’ordinanza di custodia cautelare non si fa cenno alle intercettazioni telefoniche, e dicendolo si sbaglia. L’ordinanza non è una sentenza, non racconta l’intera trama di una storia, ma mette in risalto quelle che il pm ritiene siano le evidenze emerse dall’indagine. Secondo quel testo ci sarebbero gravi indizi relativi ad attività di spionaggio, svolte utilizzando informazioni acquistate presso pubblici ufficiali dei servizi segreti o del fisco. Roba pesante. In quanto ai tabulati telefonici, fu lo stesso Tavaroli a denunciarne il commercio. Allora, forse, prima di prendere lucciole per lanterne, sarà il caso di leggere con attenzione il codice circa l’esatta definizione delle cose e la procedibilità d’ufficio, in modo da evitare di credere che della gente al servizio di Telecom corrompesse degli estranei per sapere dove possiedo casa, ma mai sarebbero andati a vedere cosa faccio con il telefono. Suvvia!
Infine, c’è il problema degli spioni al servizio di privati che s’incrociano con i servizi segreti al servizio del Paese. Non solo è possibile che sia capitato, ma credo sia anche assai probabile. Penso si debba metterla così: se i nostri servizi si sono serviti di spioni che perseguivano propri interessi privati, hanno fatto bene, sperando che sia stato anche utile; se a questi si sono asserviti, magari traendone anche un guadagno privato, conto che la giustizia proceda celermente contro di loro.
2. Dice Tronchetti Provera che Telecom è un’azienda sana, con un debito non insopportabile. E’ vero. Pima che se ne occupassero loro era anche una multinazionale. Dice che l’intera catena proprietaria è sana, non ha bisogno di ristrutturazione e Pirelli, bella frase ad effetto, non ha mai preso una lira da Telecom. E questo non è vero.
La catena proprietaria è gravemente malata, perché se Pirelli consolidasse Olimpia e Telecom, come dovrebbe, se, cioè, fosse contabilmente riportato quel che tutti credono di sapere già, ovvero che Pirelli possiede Telecom per il tramite di Olimpia, e se questo lo si facesse, come dovrebbe, riportando alla realtà valori attualmente pari alla metà di quel che è iscritto allo stato patrimoniale, la catena si sbriciolerebbe e le sane società salterebbero per aria. Per dirla in modo più semplice: il patrimonio dei proprietari di Telecom è inferiore ai loro debiti, e la cosa non emerge solo per un artifizio contabile. Alla faccia della salute.
Se non fosse così, di grazia, c’è qualcuno in grado di spiegare perché mai la proprietà cambia idea una volta all’anno, giungendo ora a scorporare quel che ha incorporato, e predisponendosi a vendere? L’urgenza, oggi, è riuscire a prenderli, quei soldi, ed a farlo prima che qualche autorità s’accorga di quel che, per il vero, è evidente da anni. L’alternativa è lasciare tutto così com’è, sostituire i soci in uscita da Olimpia e tirare a campare. Per farlo, però, è necessario trovare chi sia disposto a mettere un sacco di soldi per contare poco e sperare che solo gli americani sappiano cos’è il consolidamento.
3. Tronchetti Provera ribadisce di essersi dimesso per evitare un “conflitto istituzionale”. Ma Telecom non è mica un’istituzione. La frase andrebbe riformulata nel senso di “evitare un conflitto con il governo”. Se su Tronchetti Provera sono state fatte pressioni, se il governo ha tentato di farsi gli affari suoi, se pensavano d’imporgli un piano che lui non gradiva, merita tutta la più sincera solidarietà. E dato che credo questo sia avvenuto, gliela manifesto.
Ma, non essendo Telecom un pilastro della Repubblica, bensì un’azienda privata, se subisce dei torti dai governanti non è che dimette il suo presidente, piuttosto denuncia chi vuole forzarne la volontà. Non sarebbe, questa, una condotta avversa alle istituzioni, ma, all’opposto, la più istituzionalmente corretta. Il fatto è che Tronchetti Provera ben conosceva le cose che si trovano nei due precedenti punti, e non aveva dubbi che a Palazzo Chigi se ne sarebbero serviti. Si è trovato in una situazione insostenibile, e sapendo di essere attaccabile, sul piano giudiziario come su quello finanziario, ha capito di non potere reggere la pressione, quindi ha passato la mano a Guido Rossi. In questo modo ha guadagnato il tempo utile perché i pontieri si mettano al lavoro, ricordando che se lui affonda anche la banca tanto amica di Prodi prende una botta alla chiglia.
Ora attendiamo il dibattito parlamentare, seguiamo l’evolversi della partita finanziaria e di quella giudiziaria. Saremo sommersi da notizie le più diverse, da schiamazzi politici e presunte rivelazioni. Ma il quadro resterà quello descritto. Tenendolo a mente ciascuno sarà in grado di stabilire quanto la lotta di potere si stia svolgendo e si svolgerà sul terreno del diritto e quanto sulla fanghiglia che lo circonda.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato su Libero del 27 settembre 2006

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