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Se tornasse di moda il piano Rovati?

Telecom, oggi a cosa puntiamo?

E’ giusto modernizzare la rete, ma non per salvare un’azienda mal diretta e priva di strategia

di Davide Giacalone - 21 novembre 2008

Ricordate il piano Rovati? Sta tornando di moda. Franco Bassanini, nuovo presidente della Cassa Depositi e Prestiti, ne rivendica la paternità naturale, sebbene il genitore adottivo neghi, ricordando d’essere rimasto piuttosto solo quando scoppiò la bufera. L’idea è quella di prendere soldi pubblici ed investirli nella rete di Telecom Italia. Allora il braccio destro di Prodi voleva farlo anche per ottenere la testa di Tronchetti Provera, oramai rotolata da tempo e per i fatti suoi. E oggi, a cosa si punta? Intanto non si vuole veder smottare a valle l’intera Telecom, che si porterebbe appresso le banche che la controllano, poi si cerca di raccontare la storia bella della rete da migliorare, per il bene del Paese. Si chiama “larga banda”, ed è bene mettere subito le mani avanti, affinché non si trasformi in una vasta cosca.

Il difetto delle idee giuste è che si prestano a diventare la scusa per pratiche abominevoli. Era giusto vendere il controllo statale di Telecom? Certo che sì, ma lo si è fatto nel peggiore dei modi, arricchendo pochi e lasciando l’azienda, costruita con i soldi degli italiani, ai predatori. E’ giusto modernizzare la rete? Certo che sì, ma non per salvare un’azienda mal diretta e priva di strategia, non per portare valore a chi ha mal investito, e non per arricchire i fornitori. Quindi, capiamoci: l’Italia non ha bisogno di larga banda e fibra ottica ovunque, ha bisogno che la rete sia il luogo dove si dispieghi l’effettiva concorrenza fra servizi e che la si sgomberi dai molti intralci che oggi la rendono inefficiente. Pazzesco inseguire l’allucinazione di cento mega di potenza ovunque, quando con uno solamente le famiglie possono disporre di video on demand, assistenza sanitaria telematica, sicurezza per la casa, accesso internet illimitato e più conversazioni telefoniche in contemporanea. Il tutto a tariffe di rete decrescenti. Ad avercelo, però, quel mega. Per ottenerlo servono investimenti limitati e non più di un anno. Niente di faraonico, ma un grande salto di civiltà.

Tale salto, però, così come le leggi europee, richiede che il detentore della rete, solitamente l’ex monopolista, non la usi per conservare rendite di posizione, ma la offra alla competizione facendo pagare a tutti tariffe uguali e tendenti al costo, quindi basse. Telecom è stata e pretende di restare il contrario, ovvero un’azienda che grazie al valore della rete mantiene in vita le proprie inefficienze. Se si pratica una seria separazione contabile il giocattolo si rompe, ed allora ecco che, alla vigilia di questo passo, imposto non da autorità nostrane, lente e scarsamente autorevoli, ma dalla pressione europea, si torna a parlare di cessione della rete. Guarda caso valorizzata più o meno quanto i debiti. C’è un dettaglio: se lo Stato, magari tramite la Cassa Depositi e Prestiti, che il suo presidente candida smaniosamente e non del tutto propriamente, compra quella rete non farà che pagare quel che aveva già pagato, che ha malamente venduto e che ora ricompra come fosse oro. E siccome le dirigenze della Telecom privatizzata hanno sottratto valore all’azienda, ora si parla d’investire altro oro dei cittadini per un salto digitale che renderà felici solo i venditori di cavi e sistemi di gestione. Un capolavoro di cui nessuno renderà conto alla giustizia italiana, dovendosi attendere quella divina (che non so se è digitalizzata, di certo è più veloce ed occhiuta della nostra).

Detto ciò, la proprietà ed il governo della rete è un interesse nazionale. Sarebbe giusto tenercelo in casa (domani vedremo come sarebbe saggio farlo). Avendone il dominio potremmo offrire una porta dalla quale fare entrare nostri imprenditori, anche giovani e squattrinati, nel mondo della competizione globale. Ma a patto di non farne l’alibi per apparecchiare la tavola ai soliti e pochi furbi, che nel mercato globale investono quel che portano via.

Pubblicato su Libero di venerdì 21 novembre

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